Parlare di vino in questo spazio è sicuramente un’occasione per divulgare cultura con la speranza  che il lettore possa scoprire il fascino di un mondo che mantiene forti radici con la tradizione ma che ogni giorno si apre a nuovi orizzonti.

I filari di viti dalle quali nascono vini, spumanti, vini passiti e liquorosi, sono solo l’atto finale del lungo percorso della Vitis vinifera.
I primi esemplari di Vitis vinifera (Vite europea) fecero la comparsa un milione di anni fa, mentre le prime coltivazioni per produrre vino risalgono intorno al 5000 a.C. Nella fattispecie in Italia con i primi impianti ad alberello si arriva intorno al 2000 a.C.
Nel corso di questi lunghissimi anni la vite ha dovuto “combattere” contro tantissime avversità, dal freddo, al temutissimo oidio, un fungo importato dall’America che riuscì a decimare le piantagioni del vecchio continente (in Francia anche del 90%) nella seconda metà dell’800.
Ancor peggio fu l’insetto parassita dell’apparato radicale della vite, la fillossera, che fece scomparire circa l’85% del patrimonio viticolo europeo. “L’innovazione” dei primi del ‘900 di impiantare su apparati radicali provenienti dall’America e quindi resistenti alla fillossera, innestando le viti europee, ha permesso di ricostruire parte del patrimonio autoctono anche se molti vitigni purtroppo non sono stati  recuperati.

Perché perseverare in cenni storici tedianti in un sito di biosostenibilità, responsabilità ambientale e salute? Il passaggio obbligato è proprio comprendere innanzitutto, per chi non lo sapesse, che il vino in natura non esiste e che tutte le colture esigono di attenzionalità affinché si possano salvaguardare i raccolti. Attenzionalità che spesso viene meno per il vino industriale, quello che si trova sullo scaffale dei supermercati per intenderci; è un vino ottenuto (per la maggior parte dei casi) con procedimenti di larga scala, raccolte meccaniche, prodotti costruiti pezzo per pezzo grazie a un uso disinvolto della biotecnologia, a correzioni e ad aggiunte di sostanze con additivi (previsti dalla legge e non tossici!).

“Liquidi” prodotti secondo strategie non convenzionali che si basano sull’analisi costi-benefici di un intervento: il trattamento viene applicato alla piantagione solo se il costo risulta inferiore al danno calcolato in prospettiva.
Poi c’è il vino naturale dove lo sforzo del produttore, la bravura in cantina e l’integrazione con il terreno e il territorio danno vita a qualcosa di fantastico e allo stesso modo, fragile (diversamente dal vino “fatto dallo zio” o da qualche furbetto che si spaccia per azienda naturale, e quindi artigianale, che purtroppo vede spesso aggiunte di prodotti dannosi per la salute).

Ovunque ormai, soprattutto in Italia, molte aziende vinicole, sensibilizzate sempre più ad un uso razionale dei prodotti antiparassitari (e anche dalla forte richiesta del mercato, ndr) si affacciano a modelli di lotta integrata contro i parassiti e virus che naturalmente invadono le coltivazioni di viti. Questo sistema si basa su un uso limitato, ed in alcuni casi nullo, di principi attivi che contengono lo sviluppo di agenti patogeni.

Un numero crescente di aziende invece ha intrapreso la coltivazione biologica, che non prevede alcun uso di diserbanti (per controllare le erbe infestanti) o alcun prodotto chimico a difesa della pianta. In questo caso sono consentiti interventi con prodotti a base di zolfo e rame.

Piccola parte del palcoscenico agricolo ed enologico italico è riservato invece alla coltivazione biodinamica che pur prevedendo, come la coltivazione biologica, l’utilizzo di zolfo e rame, si rifà ad un concetto ancestrale (ma con ricerche molto avanzate) di sinergie naturali che intendono rafforzare le autodifese della pianta, diversificando anche le superfici dedicate  alla viticoltura, al fine di estrarre il massimo degli aromi del frutto e nel gusto del vino.
Obbiettivo arduo se si considerano i fattori ambientali e metereologici e i prodotti finali che di conseguenza debbono necessariamente diversificarsi come offerta commerciale al pubblico, sia in fatto di quantità prodotta e sia in termini di prezzo.

Dunque come prima guida all’acquisto, pur non essendo il consumatore  avvezzo a dati tecnici di produzione, è necessario comprendere che non è possibile aspettarsi che un litro di vino costi meno di un litro di una bibita gasata.

Altra cosa da tenere ben presente che il vino è l’unico prodotto alimentare che non ha gli ingredienti dichiarati in etichetta.

Si pensi semplicemente alle aggiunte dei lieviti (autoctoni o selezionati) ma sulle bottiglie non ve n’è menzione alcuna. E’ quindi necessario per il vino che ci sia un impegno del consumatore con una qualità di approccio in questo caso determinante mettendo in campo curiosità e sensibilità.

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