Si pronuncia si-ta, si scrive CETA, è il Comprehensive Economic and Trade Agreement cioè l’accordo economico e commerciale globale tra Canada e UE.

È nato un accordo tra Unione Europea e Canada. È stato approvato dal parlamento europeo il 15 febbraio scorso, e se anche il parlamento canadese lo approverà, entrerà in vigore il 1 luglio nelle sue parti fondamentali.

La sua fragilità viene ad essere un tratto dominante. Indipendentemente da questo però l’accordo ha delle potenzialità molto alte, e pericolose allo stesso tempo.

A suo tempo non solo l’accordo era stato bloccato da uno dei tre parlamenti belga (quello Vallone) ma aveva anche ricevuto non poche polemiche da partiti quali UKIP, M5S, Europa della Libertà e della Democrazia Diretta, Europa delle Nazioni e della Libertà che i partiti di Sinistra Unitaria Europea e alcuni dei parlamentari Socialisti e Democratici. Anche le associazioni ONG di estrema sinistra hanno dimostrato il loro dissenso. È evidente che la nascita del CETA non è stata né benvoluta né tanto meno attesa.

Ecco un sunto dei punti principali di cui si occupa il trattato che desta tante insicurezze e preoccupazioni:

partecipazione di entrambi i paesi alle rispettive gare di appalto (il Canada parteciperebbe alle gare europee e viceversa); eliminazione del 99% dei dazi tra Europa e Canada in modo tale da fare aumentare le esportazioni e rendere più facile l’accesso agli appalti pubblici da parte delle aziende europee in Canada e viceversa;
l’automatico riconoscimento delle professioni regolamentate (come architetto, ingegnere e commercialista);
adeguamento del Canada alle norme europee sul diritto d’autore;
maggiore tutela del marchio di alcuni prodotti agricoli. Quest’ultima clausola è stata oggetto di difficile e lunga contrattazione, fortemente richiesta dagli agricoltori europei.

Da un punto di vista giuridico-alimentare, il CETA rende più aperto il mercato dei servizi ed offre condizioni più vantaggiose per gli investitori, previene la circolazione di copie illecite di prodotti nazionali come il Parmigiano Reggiano, il Cognac, il formaggio Roquefort, le olive toscane, il salame ungherese.

Il CETA prevedrebbe il riconoscimento di prodotti UE IGP e DOP in Canada. L’esportazione di vini, formaggi, liquori, dolci, pasta e biscotti subirebbe un azzeramento dei dazi (abbattimento del 99%), aumenterebbe i volumi di scambio riducendo i costi delle esportazioni. Citando il quotidiano La Repubblica “Ottawa aprirà una quota da 18.500 tonnellate per i formaggi europei”. Anche l’UE eliminerà i dazi in entrata inizialmente del 92%, dopo sette anni del 93,8%.

L’abolizione dei dazi permetterà di vedere il Canada più vicino, loro pagheranno meno, noi venderemo di più, l’Unione e la forza economica di entrambi i paesi sembra destinata ad aumentare. Alcuni nodi però potrebbero venire al pettine. Infatti, non è tutto oro quel che luccica. Ad una prima occhiata il trattato sembra una ventata di aria fresca su un’economia ormai vecchia e scadente. Analizzando le cose con spirito più critico si iniziano a trovare informazioni e risorse fortemente contrarie all’introduzione del CETA. La protesta è iniziata a Bruxelles, davanti le sedi delle istituzioni UE. Il trattato sarebbe stato spacciato per una risposta alla politica protezionista di Trump facendo passare in sordina l’aspetto ambientale e sociale relativo agli OGM e pesticidi attualmente vietati come il glifosato.

Tra i maggiori sostenitori del NO in terra italiana vi sono Greenpeace e Slow food Italia i quali esortano il Parlamento a non approvare il trattato, definendolo pericoloso e a favore degli interessi della grande industria a scapito dei produttori di piccola scala.

Le dichiarazioni relative alla sua pericolosità sono state più volte smentite dalla Commissione Europea. Il punto più evidente si rintraccia nell’ allegato 5-D del trattato che dopo aver tracciato le linee guida delle misure fitosanitarie, presenta la possibilità di controllare il prodotto una sola volta. Non sarà necessario un ulteriore controllo nel paese di arrivo, essendo stato sufficiente quello nel paese di provenienza. Oltretutto, i controlli effettuati nel luogo di produzione del prodotto devono essere conformi ai criteri e alle linee guida stabilite nel trattato, che però mancano. Una noncuranza questa che lascerà un vuoto normativo e renderà molto difficile l’interpretazione delle norme nel caso in cui si dovessero creare dei contenziosi. Con un “To be agreed at a later stage” (“Saranno concordate in un secondo momento”) Ponzio se ne lava le mani.



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