Il viaggio con Echis alla scoperta della filiera del pomodoro per il momento si chiude. Ma vi lasciamo con l'esperienza felice di Funky Tomato, nella speranza che la passata di pomodoro smetta di essere sinonimo di sfruttamento e torni a significare "territorio e comunità"

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni 

La fine del viaggio

Tre mesi fa, a fine novembre, Quotidiano Sostenibile ed Echis iniziavano un lungo viaggio alla scoperta della filiera del pomodoro da industria tra i campi pugliesi e lucani. Nel corso di nove tappe vi abbiamo portato a scoprire le storie dei braccianti di ieri e di oggi, vi abbiamo riportato i racconti degli operai delle aziende di trasformazione e quelli dei ragazzi che ogni estate al Ghetto di Rignano Garganico alzano un’antenna e accendono un microfono per dar voce ai lavoratori sfruttati con il progetto Radio Ghetto.
Il paesaggio che abbiamo sin qui descritto è stato cupo, e ancor di più lo è oggi a pochi giorni di distanza dallo sgombero del Gran Ghetto di Rignano Garganico con ruspe e polizia in tenuta antisommossa, 500 braccianti abbandonati a se stessi in nuovi ghetti o in strutture d’accoglienza inadeguate, e due trentenni di origine maliana morti carbonizzati nell’incendio scoppiato proprio nei giorni dello sgombero.
Lo smantellamento del Gran Ghetto da solo non cambierà lo status quo, i caporali si stanno già riorganizzando e se le istituzioni non adotteranno seri interventi di riforma del collocamento pubblico in agricoltura assicurando allo stesso tempo un efficace sistema di trasporto dei lavoratori sui campi, anche quest’estate il pomodoro sarà raccolto da braccianti senza contratti costretti a sottostare alla gerarchia del caporalato.

Funky Tomato

Eppure, in questo panorama desolante, qualcosa si muove e resiste. Braccianti e agricoltori si autorganizzano, i primi per riuscire a rivendicare la paga sindacale e il diritto ai sussidi di disoccupazione agricola, i secondi per spuntare un prezzo superiore a quegli 8 centesimi al chilo che le grandi industrie di trasformazione pagano loro per i pomodori.
È proprio su questi presupposti che nasce nel 2015 l’esperienza di Funky Tomato.
Nell’accezione originale del termine l’aggettivo funky sta per attraente, sexy, autentico. Ed effettivamente il progetto Funky Tomato, nato da un gruppo variegato composto da sociologi, agricoltori, ingegneri, braccianti ed operatori del sociale, è stato così attraente da riuscire a resistere alla concorrenza del mercato ingrandendosi e portando, nella stagione 2016, le aziende associate da quattro a dodici aumentando contestualmente anche il numero degli operai agricoli assunti e dei quintali di pomodori lavorati.
Il progetto è attraente per la sua semplicità: produrre una passata di pomodoro di alta qualità con un minimo impatto ambientale e garantendo un salario adeguato ai braccianti e agli operai agricoli e un profitto consono agli agricoltori impegnati. Il tutto è reso possibile grazie alla creazione di una filiera trasparente e sopratutto partecipata basata sul pre-acquisto dei prodotti da parte del consumatore. Chi vuole acquistare della passata Funky Tomato è infatti invitato a farlo ben prima della sua commercializzazione finale, già al momento della fase di piantumazione e crescita del pomodoro, questo consente al progetto di coprire in parte le ingenti spese di produzione senza costringere gli agricoltori a impiegare i braccianti in nero o a ricorrere a prestiti bancari. 
Contestualmente alla produzione Funky Tomato si occupa poi della fase di comunicazione e pubblicizzazione del progetto stesso.

La passata della nonna

Se dovessimo raccontare questa storia con altre parole è proprio dall’aggettivo autentico che dovremmo partire.
Oggi, nelle campagne del sud Italia, quando si parla di passata di pomodoro si parla di lavoratori sfruttati al limite dello schiavismo, di migliaia di camion che trasportano decine di migliaia di cassoni di pomodoro dai campi pugliesi alle industrie di trasformazione campane, si parla di ghetti e miseria, di agricoltori sottomessi alla grande distribuzione e braccianti sottomessi a quelli che sono abituati a chiamare “padroni”.
Cinquant’anni fa, nei paesini arroccati dell’Aspromonte o tra i villaggi agricoli della Capitanata, fare la passata di pomodoro significava invece costruire comunità, le famiglie si aiutavano l’un l’altra nel lavaggio dei barattoli e nella spellatura dei pomodori, anziani giovani e bambini affollavano i magazzini e i sottoscala dei paesi invasi dall’odore pungente della salsa lavorando e giocando assieme. La passata diventava moneta di scambio di un’economia informale basata sulla solidarietà e il rispetto reciproco rafforzando il tessuto sociale dei paesi stessi.
Oggi la “passata della nonna” è quasi definitivamente scomparsa e con essa la sua genuinità e la sua, appunto, autenticità. Ma il progetto Funky Tomato ancora riesce nel suo piccolo a preservare qualcosa di quell’esperienza lontana: il senso di comunità. L’idea che solo lavorando insieme con uno spirito solidaristico e comunitario si possa combattere lo sfruttamento dell’uomo, della terra, della società, ricostruendo un tessuto sociale autentico e diffuso che l’economia di mercato liberista ha distrutto a vantaggio del profitto di pochi.

http://www.funkytomato.it/

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