Si è tenuto il 24 Settembre alla Scala di Milano il primo Green Carpet Fashion Awards Italia, l'evento promosso dalla Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) in collaborazione con Eco-Age che premia la moda sostenibile. Ma può davvero un premio aiutare nella sfida verso una moda sostenibile?

Seconda solo al petrolio, quella della moda è una delle industrie più inquinanti. Praticamente ogni stadio del ciclo di vita dell’abbigliamento ha effetti negativi sul pianeta. E se la popolazione mondiale arriverà a 8,5 miliardi di persone entro il 2030, come previsto dalle Nazioni Unite, il consumo totale di abbigliamento aumenterà del 63%, dai 62 milioni di tonnellate odierni a 102 milioni di tonnellate nel 2030, aggravando significativamente il problema. Questi i dati di un report reso pubblico dal Boston Consulting Group e Global Fashion Agenda.

L’evento patinato ha avuto l’intento di gettare una luce sulla filiera del made in Italy, celebrando produttori italiani che sostengono le buone pratiche e storie di successo sostenibili davanti a un pubblico di celebrità e industriali alla Scala di Milano.

A detta degli organizzatori, si sentiva l’esigenza di un premio che celebrasse l’innovazione sostenibile e il lavoro che sta dietro alla filiera della moda. Ma l’evento non ha mancato di sollevare commenti scettici: “tutto ciò che mette in evidenza buone pratiche nell’industria della moda è una buona cosa. Ma credo che questo premio o altri simili iniziative non aiuteranno a risolvere il problema della sostenibilità nel mondo della moda” ha detto Tamsin Blanchard, un giornalista e autore di Green is the New Black: come cambiare il mondo con stile. Blanchard sostiene che il reale cambiamento debba partire dall’interno dell’ industria.

“I brand hanno il dovere di ammettere che c’è un enorme problema. Troppi produttori stanno nascondendo la testa sotto la sabbia. Non c’è alcuna trasparenza nell’industria del lusso e sul fatto se sia veramente ‘Made in Italy’ o forse “fatto in Europa dell’est e finito in Italia” dice Orsola De Castro, direttore creativo di Fashion Revolution, un’ organizzazione no-profit nata nel 2013 in risposta del crollo del Rana Plaza, il disastro più grande mai avvenuto nella storia del tessile che uccise 1134 persone morte sotto il crollo di un edificio che ospitava diverse realtà produttive tessili del Bangladesh

Mentre i giganti della fast fashion vengono sempre additati come colpevoli il Fashion Transparency Index di FR mostra come il settore del lusso sia in ritardo per quanto riguarda la trasparenza della filiera. Dei 100 marchi valutati dall’indice, 19 sono di fascia alta, e di questi più della metà hanno avuto un punteggio del 10%, che indica una mancanza di informazioni sulla catena produttiva che rende difficile individuare i colpevoli di pratiche poco etiche. E mentre nessuno dei brand in questione ha superato un punteggio di 49 (Adidas e Reebok si dividono la prima posizione) il primo dei brand del lusso ha ottenuto un punteggio di appena 29. Chanel e Dior hanno ottenuto un punteggio rispettivamente di 1 e 0. Giorgio Armani, Prada e Miu Miu (tutti presenti all’evento) raschiano il fondo della classifica.

L’evento tenutosi alla Scala se non altro può aiutare a diffondere consapevolezza in una nicchia di mercato che più di altri si è dimostrata refrattaria alla svolta sostenibile. È solo la piccolissima parte di un quadro molto ampio e complicato, un piccolo segnale all’industria che mostra come anche la sostenibilità possa essere appetibile e come valga la pena perseguirla. Se non per motivi etici, quantomeno per ragioni di fatturato.

fonte

Business of Fashion

 

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