Riacquisire consapevolezza del proprio passato migratorio è la strada da intraprendere per avvicinare questi due mondi apparentemente lontanissimi ma intimamente legati da un comune destino e da uno stesso territorio

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni 

Antonio Rossino è un signore di 77 anni nato a Venosa in una famiglia contadina nei primi anni dell’ultima guerra.
Il padre aveva, a quei tempi, un piccolo appezzamento di terra appena sufficiente alla sussistenza familiare, quello che serviva in più lo si procurava con qualche giornata di lavoro a conto terzi che Antonio e il padre svolgevano presso le aziende agricole dei grandi proprietari della zona.

Antonio lo incontro un pomeriggio di fine settembre nella sua casa tra le vie nuove del paese. Mi fa accomodare nel piccolo salotto che affaccia su una stradina stretta e trafficata, alle pareti e sulle mensole le foto dei figli sposati all’estero, chi in Austria, chi in Germania.
Avevo deciso di incontrarlo nel corso di questa inchiesta sulla filiera del pomodoro per capire quale fosse l’atteggiamento dei venosini nei confronti dei braccianti stagionali stranieri che ogni anno arrivano lì per la raccolta del pomodoro.

“Non sono come noi, rubano” inizia sentenzioso Antonio, e comincia a spiegare: durante l’ultima stagione di raccolta pare che il suo vicino di campo, avendo piantato del pomodoro, avesse necessità di una squadra di braccianti per raccoglierlo. Il giorno scelto per la raccolta casualmente Antonio si trovava sul campo e poté osservare da lontano una decina di giovani africani riposarsi all’ombra di un albero di fico da lui piantato molti anni addietro al limite della sua proprietà. Stravaccati all’ombra dei rami, i ragazzi coglievano e mangiavano uno dopo l’altro i frutti maturi dall’albero fin quando sul fico non rimase più niente.
La rabbia per quell’evento continuava ad animare Antonio anche a distanza di un anno, tanto da spingerlo ad etichettare l’intero popolo africano come “irrispettoso della proprietà d’altri”.

La storia, che forse agli occhi di Vincenzo doveva essere la prova dell’impossibilità della convivenza tra italiani e stranieri, a me sembrava invece abbastanza banale e, pensavo, “dopotutto si tratta soltanto di un infantile furto di fichi”, così gli chiedo “Antonio, perchè non ha preso quei ragazzi da parte per spiegargli che quell’albero era di sua proprietà e non andava bene che loro ne mangiassero i frutti? Forse avrebbero capito, si sarebbero scusati, e non sarebbe successo più”.
Antonio alza allora gli occhi dalle sue mani rugose e inizia a raccontare ancora, come è solito fare lui, iniziando favole senza fine che sembrano avere nulla a che fare con la domanda che gli hai rivolto appena un momento prima.

Antonio aveva iniziato il lavoro da bracciante nel 1974, all’età di 34 anni, prima infatti aveva lavorato in Germania e in Svizzera. A quei tempi se non volevi morire di fame dovevi darti da fare e così, contro la volontà di suo padre, Antonio decide di lasciare i campi e tentare la sorte con l’emigrazione in Germania.
Parte da Venosa all’alba del 13 giugno 1958 per una visita medica di controllo a Potenza, da lì è caricato su un convoglio militare alla volta di Verona e poi in un treno diretto in Germania. In due giorni di viaggio, riesce a mangiare solo una banana e a bere del succo di frutta che le autorità militari avevano distribuito alla stazione di Potenza tra tutti i giovani in procinto di partire. Per il resto, nada, nichts, niente.
Affamato ed emozionato Antonio arriva così alla stazione di …. dove ad attenderlo trova due messi dell’azienda per la quale avrebbe lavorato che lo accompagnano alle baracche destinate all’alloggio degli operai, la sua nuova casa.
Lì, in un tedesco elementare i due lo informano: “Oggi è sabato, domani è domenica, dopodomani è lunedì. Oggi riposo, domani riposo, dopodomani lavoro, alle 7.00. Appuntamento alle 7.00 fuori dalla baracca”. Detto questo i due escono e Antonio rimane solo, nel silenzio della baracca vuota.
Ha fame ma tutt’intorno a lui non c’è nient’altro che un letto e una dispensa vuota così va in bagno, apre il rubinetto, ci ficca sotto la testa e comincia a bere e bere. Uno, due, forse anche tre litri d’acqua, la sua pancia si gonfia come un pallone. Poi chiude il rubinetto e si butta sul letto. Dorme due giorni di fila senza soluzione di continuità tra giorno e notte.

Arriva così il lunedì mattina e alle 7.00 Antonio inizia il suo primo giorno di lavoro in un cantiere del centro città.
Il suo capo è un mastro polacco che viveva in Germania fin da prima della guerra. Il lavoro da manovale è duro, ma il polacco è simpatico e affabile.
A mezzogiorno, momento della pausa pranzo, gli operai cominciano a tirar fuori gavette con il pranzo caldo e panini. Solo Antonio rimane in disparte, con nulla in mano, così per non sentirsi in imbarazzo decide di scendere in strada e fare due passi ma a pochi metri dal cantiere si paralliza davanti ad un forno. Le vetrine mettono in bella mostra lunghi filoni di pane e biscotti appena sfornati, brezel luccicanti e paste sfoglie ripiene di formaggio. Il volto di Antonio si riflette per oltre mezz’ora sulla vetrina del negozio appannata dal vapore. Comincia a sognare di addentare uno dopo l’altro tutto quel ben di Dio e l’acquolina in bocca sale.
A mezzogiorno e mezzo la pausa pranzo è finita, Antonio ingoia l’acquolina e ritorna al lavoro.
A fine giornata, mentre gli operai lasciano gli attrezzi e, quelli che lo hanno, prendono l’impermeabile, arriva la notizia: la paga verrà corrisposta ai lavoratori ogni venerdì alla fine del proprio turno di lavoro.
Antonio, senza un soldo, dovrà aspettare altri quattro giorni prima di avere qualche marco da spendere per il cibo. Così torna a casa, mette di nuovo la testa sotto il rubinetto, beve, e si mette a dormire.

Martedì, mercoledì, giovedì, tutti i giorni l’infernale macchina del digiuno e del lavoro si mette in moto: la sveglia, la vestizione, il lavoro, la pausa pranzo davanti alla vetrina del forno e poi ancora il lavoro, il ritorno a casa, la testa sotto l’acqua e le coperte sopra la testa.
Arriva così il venerdì, giorno di paga, e Antonio inizia il suo tran tran quotidiano. Arriva la pausa pranzo e Antonio scende nuovamente in strada piazzandosi di fronte alla sua bancarella di sogni: la vetrina della panetteria a pochi metri dal cantiere. Passa un minuto, due, cinque… poi ad un tratto si riflette nella vetrina un volto nuovo, un volto conosciuto. Barba rossiccia, occhi piccoli, faccione: Albert, il mastro polacco.
“Tu, hai mangiato?” chiede ad Antonio in tono duro.
“Io…” Antonio è interdetto, e abbassa gli occhi.
“Tu, non hai mangiato!” sbotta Albert.
Antonio è tutto un nervo, teso fino alle punte dei capelli, e quando l’indice del mastro si alza per puntare verso di lui in segno di accusa scoppia in un pianto dirotto, senza fine, un pianto di vergogna che lo prosciuga, che strappa via con forza tutti quei filoni di pane caldo e di brezel saporiti immaginati per giorni con la testa sotto al rubinetto dell’acqua fredda.

Albert dice solamente “Andiamo”, fa salire Antonio nel suo sidecar e parte alla volta del supermercato più vicino. Lì fa segno ad Antonio di comprare ciò che desidera e si apposta vicino alla cassa.
Antonio svelto riempie due carrelli, il primo solo di baguette appena sfornate, il secondo di companatici vari. Albert paga e insieme ritornano al cantiere con Antonio costretto a tenere per tutto il viaggio i piedi fuori dalla carrozzina della moto piena zeppa di roba da mangiare.
Antonio, racconta ancora, appena arrivati al cantiere sfila una baguette dalla sacca del pane, con due mani la mette sotto l’acqua in modo da inzupparla e renderla più morbida e in un baleno, prima ancora del tempo di una respirazione completa, la fa sparire nel pozzo nero della sua bocca affamata.

Antonio si risveglia dalla trance nella quale ha raccontato la sua storia, alza lo sguardo lucido, lo fissa nel mio e chiede: “Quei sette giorni sono stati i sette giorni peggiori di tutta la mia vita. Ora, secondo te, cosa mai avrei potuto dire a quei ragazzi che hanno mangiato i miei fichi?
Il cerchio si chiude, Antonio mette un punto alla storia e improvvisamente le rigidità che avevo visto in lui scompaiono dietro a un velo di empatia.
Tutto è perfetto ora? No di certo, la solidarietà tra venosini e braccianti africani non è facile da costruire, ma riacquisire consapevolezza del proprio passato migratorio è la strada da intraprendere per avvicinare questi due mondi apparentemente lontanissimi ma intimamente legati da un comune destino e da uno stesso territorio.

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