adottare un aLbero di arance

Rosarno non vuol dire solo sfruttamento dei braccianti. La filiera delle arance è affetta anche da problemi endemici di criminalità organizzata, dallo strapotere delle multinazionali delle bevande e da una legislazione insufficiente a tutelare produttori e lavoratori del settore.

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni

La filiera delle arance da industria è una cosa complessa

Quando si parla di Rosarno e della Piana, in genere si fa riferimento, soprattutto dopo la rivolta del 2010, alla scandalosa condizione in cui vivono e lavorano i braccianti stranieri impiegati nella raccolta degli agrumi. Tendopoli, fabbriche, container decrepiti e casolari diroccati sono diventati una casa per tutte quelle persone richiamate in questa zona per diverse ragioni. A ciò si affiancano le condizioni lavorative al di sotto di ogni standard legale, con salari in nero di 25 euro a giornata. Questi fenomeni però rappresentano solo la punta di un iceberg la cui base resta per lo più sommersa.

La Piana di Rosarno e di Gioia Tauro

A partire dalla fine degli anni ’80, nel territorio della Piana, vocato all’agrumicoltura grazie al terreno pianeggiante e al clima favorevole, sotto la spinta delle multinazionali delle bibite inizia a prendere il sopravvento la coltivazione dell’arancia da succo, quella che finisce nelle industrie di spremitura per produrre concentrato e diventa, infine, la comune aranciata.
Contemporaneamente, in quegli anni, sugli aranceti iniziano a piovere i fondi europei, che, invece di promuovere la qualità e la razionalizzazione della filiera agricola, finiscono per drogare il mercato, arricchendo la criminalità organizzata. Fino ai primi anni 2000, i contributi dell’UE venivano elargiti in modo “accoppiato”, legati cioè alla quantità di prodotto commercializzato. I destinatari dei fondi erano le organizzazioni di produttori (OP), che hanno la funzione di raccogliere gli agrumi dai contadini o dalle cooperative e smerciarli alla grande distribuzione. Si sviluppa così il fenomeno delle “arance di carta”, vale a dire le arance presenti sulle fatture, ma nella realtà mai raccolte. Tramite la truffa, prosperavano tanti magazzini e industrie di trasformazione, che davano lavoro a 1.000-1.500 rosarnesi. I rimborsi gonfiati, in maniera ridotta, arrivavano anche nelle tasche dei piccoli produttori. Così un paese intero vivacchiava in bilico su una bolla, mentre l’agricoltura invece di crescere stagnava, essendo venuti a mancare gli incentivi all’innovazione e alla ricerca della qualità del prodotto.

Dal 2008, dopo scandali e denunce, si cambia e i rimborsi diventano forfettari: 1500 euro ad ettaro, indipendentemente dalla quantità prodotta. Dell’economia di carta rimangono solo le tracce. Dozzine di capannoni industriali abbandonati, ex magazzini ed ex aziende di trasformazione da un lato e, dall’altro, i campi abbandonati con le arance ancora sugli alberi. Nel momento in cui gli incassi non riescono più a coprire le spese, infatti, per i contadini raccogliere non conviene. Da 10 mila ettari coltivati ad agrumi da industria nel 2010 si è passati ai 3.500 di questi anni, secondo i dati di Coldiretti. Il bisogno di manodopera agricola si riduce da quasi 2000 braccianti ad alcune centinaia e il settore così debilitato si trova a dover affrontare anche la concorrenza dei prodotti esteri.

Le arance brasiliane

Le arance della Piana sono in gran parte di bassa qualità e facilmente sostituibili, soprattutto potendo contare sugli agrumi più economici importati dall’estero. Quelli che, in particolare, fanno concorrenza alle arance di Rosarno e dintorni, arrivano dal Brasile. E così, quando bisogna contrattare sul prezzo, le multinazionali dei succhi possono far valere sui produttori tutto il loro potere dato sia dalla concentrazione delle società in pochi grandi marchi sia dal bacino di approvvigionamento offerto dai mercati esteri. Per dirla tutta, non si può parlare di contrattazione. Come spiega il Presidente di Coldiretti Calabria, Pietro Molinaro, infatti, le società dei grandi marchi ormai più che contrattare impongono il prezzo, che negli ultimi anni si assesta tra i 7 e i 10 centesimi al kg, a fronte di costi di produzione di 15 centesimi. Questo scarto ha portato alcuni produttori alla conversione verso colture più redditizie, come il kiwi, ed altri allo sfruttamento della manodopera, unico costo comprimibile.

Gli scarsi controlli sui prodotti agricoli che, varcate le dogane portuali, diventano automaticamente italiani, e l’assenza dell’obbligo di dichiarare l’origine del prodotto in etichetta costituiscono insieme un ulteriore elemento che consolida lo strapotere delle multinazionali a scapito dei produttori. I succhi più economici provenienti dalle arance brasiliane possono essere utilizzati per “tagliare”, ossia diluire, il succo delle arance calabresi. I danni derivanti dalla concorrenza sleale si estendono fino ai consumatori, che spesso non sanno cosa stanno bevendo. Come sottolinea Molinaro, i controlli sulle produzioni e sull’utilizzo di prodotti fitosanitari, per esempio, da noi vietati da 40 anni, non sono garantiti nei prodotti importati.

L’esempio di Coca Cola a Rosarno

Nel 2012, al Ministero delle Politiche agricole, presieduto allora dal Ministro Catania, si tenne un incontro tra Coca Cola Italia e Coldiretti proprio per discutere del valore degli agrumi della Piana e del loro prezzo. La dichiarazione ufficiale di Coca Cola, a seguito di quell’incontro, fu che l’azienda avrebbe provato a “valorizzare la produzione redistribuendo il profitto verso i produttori”. Come denunciato da Coldiretti Calabria successivamente, quelle parole non si sono trasformate in fatti, anzi.

Nel 2012 l’azienda Antonino Branca, con sede a Rosarno, unica fornitrice di arance da succo per Coca Cola Italia, chiude. L’evento si verifica in concomitanza con la pubblicazione di un articolo sulla rivista britannica “The ecologist”, che denunciava le condizioni di sfruttamento in cui lavoravano i braccianti stranieri impiegati nella raccolta delle arance, le stesse che finivano imbottigliate nella Fanta prodotta da Coca Cola. In realtà, si capirà dopo, la fine del contratto tra l’azienda statunitense e il fornitore di Rosarno precedeva la data di uscita dell’articolo. Linkiesta in un articolo del 2 marzo 2012, firmato da Antonello Mangano, riporta la dichiarazione di Coca Cola al riguardo: “Quel contratto stagionale non è stato rinnovato a seguito di una normale gara tra i nostri fornitori certificati”. La multinazionale chiarisce inoltre che: “La nostra azienda compra succo di frutta concentrato da produttori locali che a loro volta si approvvigionano presso consorzi e coltivatori individuali della zona. È una filiera abbastanza complessa e suggeriamo che per dettagli vi rivolgiate alle autorità locali”.
L’allora Sindaco di Rosarno, Elisabetta Tripodi, al proposito, rivelò sempre a Linkiesta che: “L’azienda locale aveva chiesto un aumento sul prezzo del succo concentrato. Era anche disposta a contrattare ma loro sono stati irremovibili”.

Coca Cola aveva ragione, questa filiera è complessa e l’opacità dei suoi passaggi scherma gli attori che detengono la quota maggiore di potere. Produrre 1 kg di arance da industria costa al produttore 15 centesimi, pagare meno dovrebbe essere illegale, secondo la stessa logica per cui un tasso di interesse superiore a quello stabilito per legge trasforma un creditore in un usuraio, spiega Pietro Molinaro. Potrebbe già essere così, grazie all’art. 62 del decreto legge n. 1 del 2012, conosciuto come Cresci Italia, “recante disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività”, che prevede che tutti i prodotti agricoli non possano essere acquistati al di sotto del loro costo di produzione. Le sanzioni previste da questa legge però sono ancora troppo blande per risultare efficaci: delle multe non possono avere effetto deterrente su aziende come Coca Cola o sulla grande distribuzione. Se il prezzo non risponde al criterio del massimo ribasso, la multinazionale di turno andrà via, avendo dalla sua milioni di alternative possibili, le alternative di cui i braccianti di Rosarno e della Piana sono privi.

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