A sette anni dagli scontri di Rosarno, nella piana di Gioia Tauro la situazione è rimasta invariata. I braccianti stagionali impegnati nella raccolta degli agrumi sono l'ultimo anello di una filiera che vede al proprio vertice le grosse multinazionali dei succhi e dell'aranciata.

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni

I primi di gennaio del 2010 a Rosarno la rabbia dei braccianti africani esplodeva in manifestazioni e blocchi stradali. A scatenare questa reazione erano stati i colpi sparati da alcuni sconosciuti con un fucile ad aria compressa su un gruppo di braccianti di ritorno dai campi. Le radici di quella rabbia erano però più profonde e affondavano nella situazione di estremo disagio abitativo e lavorativo che gli africani vivevano da tempo.
Dal punto di vista abitativo bisogna ricordare che fin da quando questi lavoratori avevano cominciato a trasferirsi a Rosarno nella stagione invernale per la raccolta degli agrumi, nei primi anni 2000, non trovando soluzioni abitative stabili erano stati costretti a occupare vecchie fabbriche e magazzini abbandonati senza acqua né luce. Parliamo di una popolazione bracciantile tra le duemila e le tremila persone che, pur ricevendo un’assistenza minima da una parte di cittadini rosarnesi che portava loro vestiti e coperte, era esclusa dall’accesso ad ogni tipo di servizio assistenziale comunale.
A ciò si sommavano le difficili condizioni di lavoro: i braccianti stagionali migranti lavoravano in nero, a cottimo o a giornata, prendendo un euro per ogni cassetta di clementine raccolte oppure 25, in rari casi 30 euro, per una giornata di otto o nove ore di lavoro tra i giardini d’arance della Piana di Gioia Tauro, con la pioggia o col sole, e con temperature che raggiungevano anche diversi gradi sotto lo zero.
In questo contesto è facile capire perché delle manifestazioni iniziate per denunciare un singolo episodio razzista si fossero trasformate in breve tempo in vera e propria rivolta contro un sistema iniquo e discriminatorio.

A sette anni da quei fatti la situazione oggi, nella Piana di Gioia Tauro, non è affatto cambiata.
Dal punto di vista abitativo i braccianti africani sono stati spostati dalle fabbriche ai due campi di accoglienza creati con i fondi straordinari della Regione Calabria e del Ministero dell’Interno.
Il campo container e il campo tendopoli che dal 2011 sorgono ai margini della città di Rosarno non hanno però migliorato la vita degli africani: i servizi igienici da tempo non funzionano, l’elettricità e l’acqua calda quando ci sono vengono a singhiozzi, container e tende soffrono l’usura degli anni e, intorno alla tendopoli di S. Ferdinando, è addirittura sorto una baraccopoli che accoglie oramai quasi 1000 persone.
E per quanto riguarda il lavoro?
Parlando con i piccoli agricoltori e le cooperative agricole ci si sente rispondere che il tema dei salari miseri corrisposti ai braccianti stagionali, ad oggi identici a quelli del 2010, si lega a quello della compressione dei prezzi operato dai livelli più alti della filiera dell’arancia.
La questione si può riassumere così: i braccianti stagionali impegnati nella raccolta degli agrumi sono l’ultimo anello di una filiera che vede al proprio vertice le grosse multinazionali dei succhi e dell’aranciata (se parliamo della filiera delle arance da industria) o la Grande Distribuzione Organizzata (se ci riferiamo invece alla filiera delle arance da consumo fresco), e ai livelli intermedi i piccoli proprietari e le cooperative agricole con, sopra di loro, le grandi cooperative e le Organizzazioni di Produttori.
Man mano che si sale lungo la filiera il potere che i singoli livelli detengono aumenta e si concentra nelle mani di pochi attori, GDO, Multinazionali dei succhi, grandi cooperative e OP, e sono proprio loro a “fare il prezzo”. Se l’OP decide di tagliare di 10 centesimi al chilo il prezzo pagato ad un piccolo proprietario per le sue arance, ecco che questo si rifarà sui propri braccianti abbassandone il salario.
Nel corso degli ultimi sette anni – sostiene Pino Taverniti della Cooperativa I Frutti del Sole – il prezzo che ci viene pagato per le nostre clementine è crollato da 50 centesimi al chilo a poco più di 30 e per di più, se prima le grandi cooperative ci dicevano il prezzo che ci avrebbero pagato per i nostri agrumi già al momento dell’ordine, da qualche anno invece riusciamo a sapere quanto verremo pagati per gli agrumi che abbiamo venduto da ottobre a marzo soltanto in estate”.
Le parole di Pino Taverniti sono una prima prova di quello che si vede chiaramente camminando per le strade di Rosarno: la crisi delle arance non si riflette soltanto nelle condizioni di vita e lavoro dei braccianti africani ma su tutta la società della Piana.

A una decina di chilometri dalla Cooperativa I Frutti del Sole è nato nell’ottobre 2016 Villaggio Italia, un’occupazione abitativa. Dodici famiglie rosarnesi in emergenza abitativa hanno infatti deciso, lo scorso autunno, di appropriarsi di una serie di stabili abbandonati da anni che dovevano inizialmente essere adibiti a centro di accoglienza e formazione per migranti.
Le donne occupanti sono in gran parte casalinghe mentre gli uomini si dividono tra lunghi periodi di disoccupazione e altri di lavoro precario, tra cui proprio quello delle arance.
Quando però il prezzo delle arance è crollato sempre più cooperative hanno tagliato sul costo della manodopera ingaggiando, in nero, est europei e africani al posto dei vecchi operai rosarnesi. Questi ultimi sono così andati a ingrossare le fila dei disoccupati che in Calabria sono il 22 % della popolazione totale.
Dentro Villaggio Italia sono in molti a scagliarsi contro i neri che “vengono qui e lavorano per 20 euro a giornata” ma solo pochi riescono ad avere una visione più ampia attribuendo le responsabilità di questa crisi lavorativa alle cooperative e ai livelli più in alto della filiera dell’arancia.

Queste insomma sono nel 2017 Rosarno e la Piana di Gioia Tauro: un mondo che si era arricchito e radicato sul settore agricolo che oggi, nell’era dell’agricoltura industriale e del mercato globale, sta perdendo non solo lo slancio della sua economia locale ma anche la direzione del suo senso di comunità.

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