Se il quadro che abbiamo disegnato sino ad ora del settore agricolo e del lavoro bracciantile in Calabria è sostanzialmente cupo, adesso vogliamo invece accendere una piccola luce attraverso il racconto di un'esperienza positiva attiva da anni nella Piana di Gioia Tauro: SOS Rosarno

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni

SOS Rosarno è un’associazione e un progetto politico ed economico nato nel 2011, all’indomani della rivolta di Rosarno, da agricoltori calabresi e braccianti africani, con l’obiettivo di garantire un guadagno equo ai primi e un lavoro degno e ben retribuito ai secondi.

La Piana di Gioia Tauro, come gran parte delle regioni agricole del Sud Italia, fonda la sua economia su monocolture da esportazione destinate all’agro-industria seguendo la logica del produrre tanto e a basso costo. La qualità dei prodotti ne ha ovviamente risentito e così l’eticità della filiera sempre più lunga e meno trasparente. A partire da questo sistema, bisognava cominciare ad agire per cambiare le cose e allora, la proposta di SOS Rosarno e dei suoi fondatori, è consistita nella creazione di un nuovo rapporto tra produttori e consumatori. Un rapporto incentrato sul prezzo trasparente dei prodotti e sulla vendita diretta ai gruppi di acquisto solidale, i GAS.
Perchè un chilo di arance costa 1 euro e trenta centesimi? Addentrandosi tra i reparti ortofrutta dei supermercati della grande distribuzione è difficile capirlo, non un cenno al prezzo pagato ai produttori o al margine di guadagno del supermercato tantomeno ai costi di trasporto e di commercializzazione degli agrumi. Al contrario, il listino di SOS Rosarno scompone il prezzo finale dei prodotti venduti nelle diverse voci di costo e così è possibile sapere che per ogni chilo di arance 9 centesimi vengono utilizzati per i salari dei raccoglitori, 16 per i costi di trasporto, 47 sono il margine di profitto del produttore, 5 il contributo alla “cassa di resistenza” utilizzata per sostenere altri progetti sociali e politici. Il prezzo equo e trasparente diventa così lo strumento attraverso il quale rompere le dinamiche di sfruttamento messe in atto dagli anelli superiori della filiera a discapito di quelli inferiori.
Negli anni, la rete che SOS Rosarno si è costruita attorno si è ingrandita e da questa sono nati nuovi progetti. Nel 2016 per esempio viene aperta la Cooperativa Sociale “Mani e Terra”. Le mani sono quelle di 9 braccianti tutti assunti regolarmente e la terra, per ora, comprende 5 ettari tra Rosarno e Nicotera Marina, su cui si coltivano grano e prodotti orticoli. Gli obiettivi principali di questo nuovo progetto sono due: da un lato stabilizzare la situazione lavorativa dei braccianti stagionali impiegati, d’inverno, nella raccolta delle arance e in primavera e estate proprio negli orti collettivi; dall’altro lato, diversificare le coltivazioni, abbandonando le monocolture tradizionali dell’agricoltura calabrese e ritornando ad una produzione destinata non ai lontani mercati globali bensì alle esigenze delle popolazioni locali. Dal 2016 gli orti di “Mani e Terra” offrono pomodori, melanzane, peperoncini, zucchine, fagiolini e frumento, da cui si realizzano salse, sott’oli e altri trasformati. Da 300 metri quadrati di orto si è riusciti a ricavare circa 70 quintali di pomodorini, ci dice orgoglioso Nino Quaranta, Presidente di SOS Rosarno e fondatore di Mani e terra.
Nonostante le tante soddisfazioni di questi progetti, Nino riconosce però che i numeri con cui ci si confronta, quelli appunto della GDO e delle multinazionali dell’agro-alimentare, impongono una sfida di grande portata. I risultati di queste esperienze, seppur incoraggianti, non sono ancora incisivi perché non sono in grado di scuotere il modello dominante di consumo e di produzione. I contadini in Calabria continuano ad abbandonare i propri terreni, costretti dai prezzi troppo bassi a cui i loro prodotti vengono comprati. A questi esclusi si aggiungono tutti quelli che non riescono più a trovare lavoro nei campi e nelle cooperative agricole, se non in maniera intermittente. Tutte condizioni che contribuiscono ad alimentare un clima di tensione e amarezza, in cui la caccia al capro espiatorio mira sempre ai bersagli più deboli.
Le responsabilità, invece, stanno in alto, dove ogni gradino della scala corrisponde ad un livello maggiore di opacità, dalle organizzazioni di produttori, alla grande distribuzione fino alle multinazionali delle bevande. Se le politiche statali incentivassero gli agricoltori a scegliere l’altra strada, quella del rapporto uno a uno tra produttore e consumatore, il circuito virtuoso si allargherebbe. La convinzione di Nino Quaranta è che a partire da queste relazioni, dalla scelta consapevole di chi acquista conoscendo la storia del prodotto e fidandosi del produttore, gli effetti benefici possano diffondersi a tutto il territorio, alla sua economia e alla sua società.
Stiamo parlando di cibo e di bisogni primari, ma prendersi cura della terra e di chi la lavora, vuol dire anche rispettare i territori e le collettività che li abitano. Per comprenderlo e agire di conseguenza è necessaria una cultura adeguata, lontana dall’individualismo sfrenato che ha aperto la porta allo sfruttamento, guardandolo come un danno collaterale e necessario di un sistema inalterabile. Queste esperienze dimostrano che così non è, che un mercato diverso è possibile ed esiste già, più vicino di quanto non si creda.

commenti (0 )

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato

Puoi usare questi tag e attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>