Per risolvere il problema dei ghetti, la task-force messa in piedi nel 2014 dalla Regione Basilicata, ha previsto l'apertura di due campi destinati ai lavoratori stagionali. Per il terzo anno, è la Croce Rossa Italiana l'ente delegato alla loro gestione, sul modello dei campi profughi.

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni 

Il campo di accoglienza di Palazzo San Gervasio

Il campo di Palazzo ha aperto a metà agosto, preceduto da quello di Venosa, attivo da metà maggio. Quest’anno il pomodoro ha tardato e a fine settembre continuavano ad arrivare braccianti. Come ci spiega il Direttore Francesco Peragine, la capienza massima del campo è di 200 posti e al momento della nostra visita vi erano circa 150 persone. Al campo possono accedere solo cittadini dotati di un regolare permesso di soggiorno; a ognuno, per ragioni di sicurezza, è rilasciato un codice per l’ingresso e l’uscita, tramite il servizio effettuato dalla portineria, attiva 24 ore su 24.

Il campo è stato allestito all’interno dell’ex tabacchificio del paese, chiuso da molti anni. Si tratta di un capannone quadrato che fa sia da dormitorio che da cucina per i suoi ospiti. Al centro, decine di box di 10 metri per lato protetti da teli di plastica e arredati solo da brandine e materassini ignifughi, ognuno dei quali contiene tre posti. Sul fondo, i fornelli elettrici, in tutto una quindicina; alcuni tavoli e sedie di plastica completano l’area cucina, che si trasforma in area ricreativa quando gli ospiti tirano fuori le scacchiere. Lateralmente scorgiamo un tappeto appoggiato a terra, ovvero l’area preghiera. I container con i bagni e le docce si trovano all’esterno, rispettivamente 5 e 10. Nel campo c’è anche una tenda per le visite, in cui gli ospiti che ne facciano richiesta possono ricevere parenti, ammesso che abbiano tutti un regolare permesso di soggiorno. Non è capitato spesso, ci raccontano i nostri accompagnatori, che si ricevessero richieste del genere. Anche la nostra visita è sottoposta all’iter di autorizzazione, e, una volta dentro, non veniamo lasciati soli neanche per un attimo dagli operatori.

Il campo si trova lontano dal centro del paese e anche dagli appezzamenti coltivati dove si recano a lavorare i braccianti, concentrati nel territorio di Spinazzola. Questo rappresenta uno dei principali motivi per cui la maggioranza di loro sceglie comunque di restare a vivere nelle baracche del ghetto o nei casolari abbandonati sparsi nelle campagne. È raro infatti che i caporali si rechino fino al campo per andare a prendere i lavoratori, ancor più che lo facciano i proprietari. A questo riguardo, interroghiamo il Presidente del Comitato locale della Croce Rossa Sergio Labriola. Ci sono i caporali? Si vedono da queste parti? Come funziona il reclutamento dei lavoratori? Ci viene detto che la CRI non ha competenza in questo settore e che, fuori dal mandato della Regione, si sono offerti di mettere a disposizione la tenda per le visite per facilitare gli incontri tra datori di lavoro e lavoratori. Alcuni vengono, ci dice Labriola, e così scelgono gli operai. I datori dovrebbero anche occuparsi del trasferimento dei braccianti sul luogo di lavoro, ma su come questo avvenga in realtà il Presidente non ha molto da dirci; anche questo esula dalla loro competenza.

Gli ospiti

Nigeria, Tunisia, Ghana e Burkina Faso sono le nazionalità presenti nel campo di Palazzo San Gervasio. Quest’anno è presente una sola donna, accompagnata dal marito. In altri campi e, soprattutto negli accampamenti informali, vivono anche donne non accompagnate. La CRI, per garantire la sicurezza, non consente loro l’ingresso, nonostante, come ci dice il Presidente, alcuni degli ospiti lo abbiano richiesto.

Gran parte degli ospiti risiede stabilmente a Napoli e si sposta di stagione in stagione nelle varie campagne del Sud Italia quando non riesce a trovare altro. Questo è il caso di Alì, che ci racconta che le cose vanno male anche in campagna: il lavoro si trova, ma 3.50 euro al cassone non sono abbastanza per pagare tutte le spese, dal cibo, alle medicine, al rinnovo dei permessi, ecc.. Alì era venuto già in Basilicata 3 anni prima e ha notato un peggioramento anche nella gestione del campo. Prima c’era un’infermeria, in cui gli ospiti potevano trovare i medicinali più urgenti; un cuoco si occupava dei pasti, il ché evitava le lunghe attese ai fornelli una volta rientrati dal lavoro. Adesso per un’aspirina bisogna recarsi alla farmacia del paese, non raggiungibile a piedi e i fornelli elettrici, dai tempi di cottura estenuanti, rendono impossibile anche prepararsi il caffè la mattina, tanto chè Alì ormai ci ha rinunciato. Non c’è alternativa però, trovare una casa in affitto solo per un paio di mesi è difficile, prezzi troppo alti o nulla. Insomma, Alì ci spiega che non si aspetta certo un hotel 5 stelle o di fare la vita comoda, ma neanche di passare 2 mesi così.

Step e moduli, il modello CRI

La Croce Rossa opera come gestore su committenza della Regione, che rimborsa all’ente solo le spese autorizzate, mentre il resto è messo a disposizione dalla CR, come la visita medica bimestrale. Il Presidente ci spiega qual è il modello organizzativo: man mano che gli ospiti aumentano di numero, si chiedono le autorizzazioni per le forniture, poi si fanno gli ordini e si aspetta. Il campo, quindi, cresce intorno ai suoi ospiti, che nel frattempo attendono di volta in volta i teli, le coperte o le docce. Queste ultime, per esempio, sono affittate dalla Regione proporzionalmente al numero di ospiti effettivamente presenti. Così, all’inizio vi erano solo 5 docce per 100 persone; il secondo container è arrivato con il raggiungimento dei 150. Allo stesso modo, si attende che il numero raggiunga i 200 prima di iniziare a usare i 5 bagni interni al campo, lasciando i 150 ospiti con 5 bagni a disposizione.

Il Presidente ci paragona la situazione a quella del terremoto dell’Aquila e del più recente di Amatrice, in cui lui stesso ha operato. I bagni lì neanche ci sono, per organizzare il sistema ci vuole del tempo – ci dice. E però contemporaneamente ci viene detto che di anno in anno il numero dei lavoratori impiegati si riproduce più o meno sempre uguale, o che va calando.

Non possiamo fare a meno di pensare che il lavoro stagionale non costituisce un’emergenza, né una calamità naturale. I primi braccianti stranieri arrivano nella zona dell’Alto Vulture già nella seconda metà degli anni ’80 e sostituiscono gradualmente la manodopera locale nel successivo ventennio. Il primo centro di accoglienza, con posti per 200 persone, viene aperto nel 1998 e arriverà ad ospitare fino a 800 persone. Nel 2009 il centro viene chiuso per violazione delle norme igieniche e di sicurezza; i lavoratori si spostano di nuovo nei casolari abbandonati nell’area di Boreano e in quella di Mulini-Matinelle, dove nascono i due ghetti lucani.

Nel 2007-08 era peggio, ci dice il Presidente Labriola. I braccianti si accampavano con le tende e la CRI forniva assistenza sanitaria in ambulanza. Oggi la presenza dei braccianti stranieri è diminuita, gli agricoltori lucani sono in perdita e molti stanno abbandonando il pomodoro a favore di colture meno redditizie ma più sicure, come il grano.

Adesso, nel 2016, dopo quasi 10 anni, il sistema resta emergenziale e le istituzioni scelgono di affidare a un ente umanitario la gestione di una situazione che umanitaria non è. Dalla società civile e dalle ONG impegnate da anni nel settore, arriva l’appello a orientare gli interventi pubblici verso politiche abitative basate su un piano di accoglienza diffusa all’interno dei centri abitati, prevedendo per esempio un contributo alla locazione delle abitazioni sfitte e l’istituzione di uno sportello informativo stagionale che permetta l’incontro della domanda e dell’offerta sia lavorativa che di alloggi. Alcuni segnali di speranza ci sono: grazie alla mediazione dell’ARCI di Venosa e all’importante contributo della Chiesa Valdese, alcuni ex braccianti, che ormai hanno abbandonato il lavoro stagionale, sono riusciti ad affittare delle case nel centro di Venosa, dove ormai abitano stabilmente. Gli esempi si contano ancora sulle dita di una sola mano, ma indicano comunque che un altro modello è possibile.

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