Quella del cocco a livello mondiale è una produzione che negli ultimi dieci anni non ha mai smesso di crescere. Le Filippine, con 15 milioni di tonnellate ogni anno, sono il secondo produttore al mondo, ma gli agricoltori del cocco sono tra i lavoratori più poveri di tutto il paese.

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni 

Esistono intere comunità nelle Filippine che si dedicano alla coltivazione di palme da cocco e che hanno fatto di questa attività il principale se non l’unico mezzo di sostentamento. Basta prendere come esempio il distretto di Guinayangan nel centro del paese, dove su 15 mila ettari di terreni coltivati, oltre 12 mila sono riservati al coconut tree. I pericoli però sono dietro l’angolo.

Quella del cocco a livello mondiale è una produzione che negli ultimi dieci anni non ha mai smesso di crescere. Prodotto estremamente versatile e sempre più richiesto è rivenduto sotto forma di latte, farina, oli, ma è apprezzato anche per la fibra, che viene usata non di rado dall’industria tessile. Dal settore alimentare, con una vertiginosa crescita dell’uso all’interno di bibite e drink energizzanti, al settore tessile, senza trascurare quello dei prodotti di benessere e bellezza, il frutto esotico per eccellenza ha fatto registrare un impressionante balzo in avanti nel mercato internazionale con una domanda che è aumentata del 500 per cento dal 2006 ad oggi. Una crescita esponenziale che però solo in rari casi si è trasformata in beneficio per i coltivatori che anzi rimangono tra le fasce più povere della popolazione in molti dei paesi produttori.

Nelle Filippine, che con 15 milioni e passa di tonnellate raccolte ogni anno è il secondo produttore al mondo, “gli agricoltori del cocco sono tra i lavoratori più poveri di tutto il paese” scrive Rappler quotidiano filippino molto attento alla sostenibilità. “Il 40 per cento di loro”, calcola il giornale di Manila, “vive sotto la soglia della povertà mentre il salario annuale medio della categoria è di 355 dollari”.

Se negli anni passati piantare alberi da cocco era considerata una possibile strada per l’emancipazione economica, oggi rischia di trasformarsi in un incubo per migliaia di piccoli produttori. La tendenza alla monocoltura ha reso infatti intere famiglie dipendenti dal raccolto, ma i cambiamenti climatici e il progressivo impoverimento dei terreni, stressati da 20 – 30 anni di coltivazione, rendono l’esito di ogni raccolto sempre più incerto.

Nel Guinayangan, scrive Rappler, le piantagioni sono regolarmente devastate dai tifoni e molto spesso esposte a periodi di siccità, per non parlare delle malattie, che dal 2007 hanno decimato i frutti di quasi tutte le piantagioni.

Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti e hanno spinto il governo delle Filippine a chiedere il sostegno della comunità internazionale per una maggiore regolamentazione del mercato internazionale. La vera risposta, secondo molti, parte però dal basso ed è la diversificazione delle colture e l’applicazione dei principi dell’agroforestazione.

Il “sotto bosco” delle piantagioni di cocco è un luogo ideale per far crescere diversità e proprio nel Guinayangan esistono agricoltori che hanno deciso di combinare la coltivazione della palma con quella di altri prodotti come cassava, ananas, patate e arachidi che possono servire per il consumo diretto ma anche per diversificare le vendite nei periodi più difficili. Non si tratta di nulla di nuovo per le Filippine, sottolinea Rapplers, che ricorda come le comunità agricole fossero tradizionalmente molto attente  ad evitare che i propri terreni venissero destinati alla coltivazione di un unico prodotto. L’agroforestry non è nient’altro che una parola moderna per una pratica che viene dal passato; l’unica che sembra oggi in grado di salvare i coltivatori di cocco.

commenti (0 )

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato

Puoi usare questi tag e attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>