In pochi anni Cissoko è diventato caporale, ma non riesco davvero a disprezzarlo per aver oltrepassato il confine dello sfruttamento, passando dal ruolo di vittima a quello di sfruttatore.

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni 

L’incontro

Questa è una storia che mi riguarda personalmente, è il racconto di come conobbi il mio amico Cissoko e di come lo rincontrai molti anni dopo stupendomi di dove il destino lo aveva trascinato.
Era il 2013 e il rovente agosto della capitanata trasformava le baracche del Gran Ghetto in centinaia di forni solari all’interno dei quali l’aria era talmente calda e umida da non sembrare fatta per polmoni umani. Fuori, sotto le verande, i pochi che non erano andati a lavorare si dedicavano ai lavori domestici: affettare qualche cipolla, spennare una gallina, lavare i vestiti. Radio Ghetto trasmetteva solo musica da qualche ora, troppo faticoso prendere il microfono in mano e provare a spiccicare qualche parola, fosse anche un semplice buongiorno.
Ad un tratto la veranda di Radio Ghetto si oscura, un uomo alto e secco, dalla testa perfettamente circolare si stagliava come un albero sotto una cascata di raggi solari proprio di fronte all’entrata. Osservava, in silenzio, posava gli occhi sul mixer impolverato, sulla pila di giornali della piccola biblioteca della radio, sulle sedie sghembe, sui cartoni e i legni della baracca che avevamo colorato di arancione verde e azzurro per abbellirla e farla risaltare, e infine su di noi, uomini e bambini che riempivano quello spazio stretto e vivo. Passò qualche minuto prima che si decidesse a piegare la sua testona rasata ed infilarsi sotto la tettoia. Il suo nome era Cissoko.

Cissoko

Cissoko era senegalese, così ci raccontò quel giorno, e viveva in Italia sin dagli anni ’90. Era arrivato quando ancora prendere un aereo da Dakar in direzione Milano per provare a cercare fortuna in Italia era non solo possibile ma anche relativamente semplice. Dopo aver imparato un po’ la lingua si era deciso a fare l’esame per la patente e così, da circa una decina d’anni, il suo lavoro era diventato uno solo: l’autotrasportatore. Passava almeno 25 giorni al mese in giro per le strade d’Europa, Germania, Belgio, Olanda, Spagna. Certo, guadagnava sempre un po’ meno dei suoi colleghi italiani, e come loro era costretto a turni da 8, 9, 10 ore, però la paga non era male e negli ultimi anni era anche riuscito a portare in Italia sua moglie e le sue due bambine.
Non poteva certo lamentarsi, un buon lavoro, la famiglia in Italia, una casa, perché allora quello sguardo spento e cosa ci faceva in una baraccopoli sperduta nel nulla cosmico della provincia foggiana?
La risposta a questa domanda era semplice, banale quasi: da un anno Cissoko aveva perso tutto. Prima di tutto il lavoro, la crisi economica aveva lentamente eroso il potere economico e la capacità produttiva di moltissime aziende del Nord Italia, tra il 2012 e il 2013 centinaia di aziende erano collassate, avevano chiuso i cancelli e lasciato a casa i propri dipendenti, la crisi si era poi estesa a macchia d’olio sulle compagnie dell’indotto, tra queste quelle di autotrasportatori, e così Cissoko ci era finito in mezzo e il suo posto di lavoro era stato tagliato “in attesa di tempi migliori” gli avevano detto. La perdita del lavoro aveva costretto Cissoko a dover rispedire la famiglia in Senegal, mentre lui si era dato da fare per cercare un altro lavoro e, non trovando niente, era finito al Gran Ghetto dove alcuni amici gli avevano suggerito di andare per trovare lavoro nelle campagne.
Cissoko aveva almeno 40 anni, non era più un ragazzino, e così la vita in baracca non era fatta per lui, avrebbe infatti passato tutta l’estate a lamentarsi, nell’ordine: dell’impossibilità di trovare un altro posto come autotrasportatore, del poco lavoro del Ghetto, delle condizioni di vita nella baraccopoli, dell’assenza dei contratti di lavoro, della corruzione delle forze dell’ordine. In merito a quest’ultimo aspetto Cissoko raccontava sempre questo aneddoto: una volta era sul campo insieme ad altri braccianti, al loro caporale e al proprietario italiano, lavoravano da giorni senza contratto quando un pomeriggio arriva una macchina dei carabinieri, di quelle tutte scure con la scritta “112” la sirena e il lampeggiante, scendono due militari e senza rivolgere neanche un’occhiata ai braccianti si dirigono immediatamente verso il proprietario terriero, confabulano un po’, poi l’italiano chiama Cissoko e gli dice di mettere una cassetta piena di peperoncino (“peproncino” diceva Cissoko) nel portabagagli della volante. Fatto ciò i militari risalgono in macchina e se ne vanno, senza controllare neanche un documento. Ecco, quest’episodio di corruzione da bar era indicativo, secondo Cissoko, delle condizioni in cui versavano le campagne foggiane in quegli anni.

La gente del Ghetto

Di gente come Cissoko, nel corso degli anni, ne ho vista parecchia: decine e decine di uomini espulsi, a partire dal 2012, dai circuiti produttivi industriali del Nord Italia che si sono riversati nelle campagne per trovare nella raccolta del pomodoro e negli altri lavori agricoli di massa un’alternativa al loro sostentamento. Queste persone sono tra quelle che lamentano maggiormente le condizioni di vita estremamente precarie delle baraccopoli nelle quali sono costretti a vivere, sono quelli che più di tutti si meravigliano e protestano per l’assenza diffusa dei contratti di lavoro, ma nonostante facciano parte di una minoranza, non sono gli unici ad avere maggior consapevolezza dell’illegittimità totale di questa situazione.
A dargli man forte ci sono infatti anche gli studenti, giovani africani appena maggiorenni che in molti casi sono arrivati in Italia al seguito dei loro genitori, frequentano da anni gli istituti tecnici e professionali e d’estate, cercando un lavoro che gli consenta di guadagnare qualcosa per se stessi o per le famiglie, finiscono nelle baracche del Ghetto scoprendo l’altra faccia della medaglia Italia, un volto oscuro di cui nessuno, loro compresi, sospettavano l’esistenza.
Per questi ragazzi, abituati a spendere il loro tempo tra banchi di scuola, amici e discoteche, la visione delle baracche del Gran Ghetto è uno shock che alcuni di loro affrontano con la fuga, un paio di giorni, una settimana la massimo e poi via alla stazione di Foggia a prendere un treno, altri con la caparbietà di chi deve comunque obbedire ad un ordine paterno, sono quelli che cominciano a bussare alle porte dei vari caporali per farsi ingaggiare. Tutti comunque sanno bene che l’anno successivo non torneranno in Puglia, costi quel che costi faranno di tutto per trovare un lavoro diverso, una soluzione diversa alla pressante esigenza di denaro che le famiglie hanno.

Un incontro inaspettato

Fino a quest’estate pensavo che Cissoko, pur con i suoi 40 anni, avesse preso una strada similare. Il 2013 gli doveva esser bastato come esperienza nei campi pugliesi e di sicuro la riapertura di alcune fabbriche lo aveva rigettato nella mischia degli autotrasportatori, così pensavo e speravo. Dopotutto erano anni che non lo vedevo alla radio.
Così, è facile intuire il mio stupore quando camminando per il corso principale del Gran Ghetto mi sento chiamare e voltandomi, mi ritrovo davanti un omone alto e dalla testa rotonda ma con due spalle muscolose che sinceramente non ricordavo… Cissoko!
Non ha molto tempo, mi dice, oggi è giorno di paga e deve distribuire i soldi dei cassoni di pomodoro tra i suoi operai. I suoi operai? Già, quello rosso parcheggiato a pochi metri è il suo furgone e la quindicina di ragazzi che lo circonda è la sua squadra, quella che porta al lavoro ogni mattina sui campi.
“Cissoko, sei diventato un caporale?” gli chiedo.
Sorride, mi abbraccia, e mi dice “Ci vediamo presto alla radio”. Poi si avvia verso il furgone.
 Cissoko quest’estate non l’ho più incontrato, non è venuto alla radio e non l’ho più incrociato per le strade del Ghetto, ma averlo visto così in sintonia con la vita e l’economia del Ghetto, averlo visto salito nella scala sociale della baraccopoli mi ha fatto uno strano effetto. Non riesco davvero a disprezzarlo per aver oltrepassato il confine dello sfruttamento passando dal ruolo di vittima a quello di sfruttatore. Dopotutto, mi dico, cosa avrei fatto io se mi fossi trovato nella condizione di avere una famiglia da mantenere, una misera paga da bracciante, l’impossibilità di trovare lavoro nel campo degli autotrasporti, una delusione cocente nei confronti dell’operato degli uffici statali preposti a controllare il mondo del lavoro, e allo stesso tempo qualche centinaia di euro da parte per potermi comprare un furgone senza documenti ma ancora in grado di camminare? Quali altre strade sarei stato in grado di aprirmi, quali altre opportunità se non quella di diventare un caporale a mia volta?

Marco Stefanelli

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