Una conferenza che si sta tenendo in questi giorni a San Francisco, organizzata dall'associazione inglese "Sustainable Food Trust"  vuole indagare i costi reali del cibo industriale.

Patrick Holden, allevatore e direttore di Sustainable Food Trust, parla in un’intervista di uno dei temi fondamentali: come valutare le esternalità  della carne allevata intensivamente. Holden, che ha riunito a San Francisco  centinaia di scienziati, imprenditori e giornalisti per una tre giorni di conferenze sui “costi reali del cibo americano” (True costs of American Food”), parla della produzione intensiva di carne e dei suoi costi effettivi sulla società.

Il cibo nei paesi industrializzati è più economico oggi rispetto ad ogni altro periodo storico ma le risorse richieste per produrlo – e il conseguente impatto su ambiente  e salute – stanno pesando in modo importante sui contribuenti e sui governi.

La voce che potenzialmente incide maggiormente è quella della salute. È ormai chiaro che uno dei costi nascosti del sistema di allevamento industriale che pesano di più è quello che grava sulla salute pubblica – e noi, in quanto società, stiamo causando  il danno ora, rimandando di continuo  il momento in cui dovremo affrontarne le conseguenze.

La resistenza agli antibiotici è uno dei temi più urgenti. È riconosciuto a livello internazionale che siamo sulla soglia di un’era post-antibiotica e, anche se non possiamo provare con certezza che gli antibiotici utilizzati negli allevamenti siano la causa principale di tutto questo (con l’80% degli antibiotici utilizzati destinati agli allevamenti sotto la voce pretestuosa di “terapeutico” quando la verità è che vengono usati principalmente per scopi di promozione della crescita  o per sopprimere disturbi che renderebbero altrimenti questo sistema inefficente) si può notare come tutto ciò stia diventando un argomento di interesse da parte dei governi. Immaginate una situazione in cui diventino inefficaci tutti gli antibiotici di ultima risorsa, sui quali poggiano i sistemi sanitari di mezzo mondo. Ci siamo piuttosto vicini.

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Dovremmo guardare, inoltre, ai costi delle malattie connesse agli allevamenti intensivi, alla scarsa qualità della carne, meno salutare rispetto a quella proveniente da animali alimentati a erba, ai residui di vario tipo che si assumono attraverso la carne e ai costi ambientali – derivanti dalla produzione in sé (inquinamento delle falde acquifere da nitrati) e dalle coltivazioni di foraggio (inquinamento da fertilizzanti sintetici a base di azoto usati nelle colture intensive si soia e mais). Un’altro costo importante sono le emissioni di gas serra. Non sto dicendo che raccogliere e monetizzare il dato sia la soluzione, ma una raccolta di dati efficace può  essere un punto di partenza importante.

Ma a chi spetta la valutazione dei costi in questo caso?

Finora questo è stato un compito sulle spalle di ONG e delle comunità filantropiche, ma qualcosa sta cambiando. In Inghilterra il servizio sanitario è pubblico e i costi stanno andando fuori controllo. Qualcuno potrebbe obiettare che il motivo è che abbiamo più tecnologia e che le persone tendono a vivere più a lungo, ma non è solo questo. Abbiamo problemi epidemici di cancro, obesità, diabete, malattie del sistema immunitario e allergie – tutti problemi che si sta cominciando a ricondurre ai sistemi di allevamento e in misura significativa agli allevamenti di tipo intensivo – un problema di competenza governativa.

Come possiamo quantificare i benefici economici di carne da animali allevati al pascolo?

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Innanzitutto ci sono differenze nella composizione dei grassi tra carne proveniente da allevamenti industriali e da pascolo, a cominciare dagli omega 3 e omega 6, anche se abbiamo bisogno di ulteriori ricerche scientifiche in questa direzione. Fino alle fine degli anni 80 una parte importante dei grassi che assumevamo erano di tipo animale. Una serie di report governativi (che recentemente sono stati rivelati essere influenzati in parte dall’industria dello zucchero) hanno demonizzato i grassi animali e in particolare i grassi saturi, cosa che ha portato a un massiccio calo di richiesta di burro, lardo e carne rossa. Ma il numero di disturbi cardiovascolari non è sceso nemmeno di fronte a questo. Ci sono stati cambiamenti anche nel tipo di allevamento. Oggi gli animali vengono allevati con l’intento di avere meno grassi possibili e a fronte di un aumento di medicinali, come le ractopamine (vietate in Europa), abbiamo come risultato animali sempre più magri. Ora stiamo scoprendo che i grassi animali – se provenienti da animali alimentati in modo corretto  – non sono poi così dannosi, mentre la dipendenza da grassi vegetali, come l’olio di palma, come sostituti dei grassi animali, è cresciuta sensibilmente con conseguenti costi sull’ambiente. Ci sono grandi domande strategiche su come riusciremo a nutrire la popolazione mondiale nel ventunesimo secolo e dal mio punto di vista bisogna allontanarsi dal sistema di allevamento basato sul foraggio a base di cereali. Questo implicherà una diminuzione di terra coltivata a soia e mais e un ritorno alla rotazione dei terreni.

Ma oltre a mangiare carne migliore cosa pensa del fatto che dovremmo ridurre a richiesta di carne in generale?

È assolutamente corretto. Dobbiamo mangiare meno carne, ma c’è da dire che un ecosistema agricolo sano si basa su delicati cicli naturali che includono l’allevamento, un allevamento di tipo sano. Per avere una dieta sostenibile dobbiamo evitare tutta la carne allevata industrialmente, mangiare pollame e maiale saltuariamente e pagare la carne di più. Stiamo andando incontro a un’inversione di tendenza, stiamo affrontando una nuova era in cui non possiamo più considerare i vari elementi in modo separato, poiche tutto è strettamente connesso. Non possiamo separare noi stessi in quanto organismi dall’ambiente che ci ospita.

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