conservificio Gaudiano

Vincenzo, venosino, bracciante tra gli anni '70 e '90, ci racconta com'è cambiato nei decenni il panorama agricolo della sua terra

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni 

Facciamo un salto nel tempo, torniamo indietro fino agli anni ’50-’60, quando il pomodoro iniziava a comparire in Basilicata. La riforma fondiaria puntellava di case coloniche le campagne, senza però fornire le infrastrutture necessarie per permettere ai contadini di abitare davvero quei luoghi. Le strutture erano costruite con l’amianto: se ne pagano ancora le conseguenze e nessuno se ne assume la responsabilità. Quei ruderi, gli stessi che oggi ospitano i braccianti stranieri nei mesi di raccolta del pomodoro, restano là a guardare il tempo che passa, come ci racconta Vincenzo, venosino, bracciante tra gli anni ’70 e ’90. 

 

Il terreno della famiglia di Vincenzo era di piccole dimensioni, quindi c’era bisogno di arrotondare il reddito familiare lavorando anche per terzi. All’epoca, non esistevano fabbriche al Sud, l’unica speranza era nei campi. “La natura riempie la pancia, solo così si poteva pensare di andare avanti fino al giorno dopo” ci dice Vincenzo, con gli occhi di chi sa che chi lo ascolta non può capire a pieno di cosa si parla. All’epoca, i terreni erano pochi, ma molto estesi; vi erano quindi pochi grandi proprietari, che avevano sostanza da difendere.
I braccianti venivano assunti tramite l’ufficio di collocamento, dove i datori di lavoro andavano a cercare gli operai. Il datore si occupava della loro messa in regola e il prezzo del lavoro si stabiliva in accordo col sindacato. È grazie a questo che gli operai riuscivano a farsi valere, anche nel momento in cui sorgevano dei problemi. Per Vincenzo, che affiancava il sindacato ed era un tipo preciso, filava sempre tutto liscio; non ricorda scioperi o grosse manifestazioni in quegli anni. Non nega, però, che già allora squadre di operai provenienti da altre regioni, soprattutto dalla Puglia, fossero reclutate irregolarmente. Queste squadre accettavano paghe più basse e orari più lunghi, in violazione dei contratti locali. Contro questo disagio si protestava e, tramite il sindacato, si risolvevano i dissidi. Il sindacato verificava la regolarità dei loro ingaggi e in caso di irregolarità si procedeva con la denuncia all’ispettorato del lavoro. “I controlli funzionavano, le autorità facevano il loro dovere di sorveglianza”.

Storie dal conservificio

Il pomodoro iniziò a prendere il sopravvento soprattutto dopo il 1978, quando la Regione costruì il conservificio a Gaudiano. Prima di allora, infatti, il panorama era più variegato e grandi aree erano coltivate a barbabietole, in virtù dello zuccherificio presente nella zona di San Nicola. Un’azienda trasformatrice sul posto costituiva un’opportunità rara per l’economia del territorio: posti di lavoro e sviluppo, in un’area da cui molti avevano iniziato ad emigrare verso Nord, perché non vi erano alternative. È dal ’78, quindi, che l’intera zona è votata alla coltivazione del pomodoro.
Nel 1990, Vincenzo lascia la campagna e inizia a lavorare al conservificio come operaio. “I primi anni ti incalzavano per scalare i livelli” – ci racconta, riferendosi ai gradi di specializzazione degli operai e alla spinta a far carriera. Per 3 mesi infuocati, da luglio a settembre, “per 8 ore si lavorava sempre al massimo. Parecchia gente ci ha rimesso la salute”. La vita da operai, infatti, non solo è stancante come quella dei campi, ma esaurisce e ammala in modi sconosciuti chi è abituato al lavoro della terra.
Il primo ente gestore fu la CORAC, consorzio di cooperative agricole; poi, numerosi problemi economici portarono all’avvicendarsi di diversi enti, tra cui la Valfrutta e la Doria. Ogni volta che l’azienda passava di mano per i lavoratori si ricominciava daccapo, con lo stipendio minimo e solo le maniche da rimboccarsi. Con tanto amaro in bocca, Vincenzo lascia la fabbrica proprio per questa ragione. Tutti gli sforzi e i sacrifici di quegli anni erano stati vani. “Dicono che la speranza è l’ultima a morire, ma così moriamo prima noi”, ironizza Vincenzo, portandosi dietro l’amarezza di quegli anni.
La crisi della fabbrica mina anche la fiducia dei produttori della regione, che iniziano a prendere altre strade per tutelarsi. Al pomodoro si affiancano gli ortaggi, come broccoli, rape e finocchi. Lo stabilimento, adesso in mano alla Doria, crea ancora posti di lavoro; quelli stagionali si aggirano tra i 350 e i 400. Tra agosto e ottobre vengono trasformati ogni anno circa 800 mila quintali di pomodori, provenienti per lo più dalla Puglia e dalla Calabria, mentre quelli lucani si distribuiscono tra Gaudiano e la Campania.

Cosa ne pensa un ex bracciante locale delle condizioni di lavoro attuali nel settore agricolo lucano?

Vincenzo ha continuato a coltivare il suo appezzamento di viti, cereali e ulivi, ma ha smesso di lavorare per terzi dopo gli anni ’90. Durante gli ultimi anni, i prezzi dei prodotti agricoli sono calati, mentre quelli dei beni trasformati sono saliti. Il reddito sta letteralmente fuggendo dal basso verso l’alto. Se lo stato non prende provvedimenti per redistribuire i profitti in maniera più equa, “un giorno potremmo rimanere a digiuno”, ci ammonisce serio Vincenzo.
Per quanto ne sa lui, se i produttori avessero la possibilità economica di mettere in regola tutti gli operai, lo farebbero. Questa possibilità non esiste più, eccetto che in rari casi. Le organizzazioni dei produttori non sono forti abbastanza da farsi garantire un prezzo sostenibile. Dal canto loro, gli stranieri, che hanno bisogno di lavorare, sono costretti ad accettare paghe incerte e orari di lavoro estenuanti. “Dovremmo ringraziarli, senza di loro i supermercati sarebbero vuoti”. Se, infatti, da un lato, le nuove generazioni sono più istruite, dall’altro “non sono in grado di distinguere la cicoria dall’erba comune”, come Vincenzo dice sempre ai suoi figli. Il settore agricolo si era già svuotato e la meccanizzazione non esaurisce il bisogno di manodopera. “Queste persone non hanno tolto il lavoro a nessuno, hanno salvato l’agricoltura”, Vincenzo ne è sicuro.

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