filiera del pomodoro

Dalla Puglia alla Basilicata, un viaggio in dieci puntate lungo la filiera del pomodoro, dal campo agli scaffali del supermercato.

Articolo a cura di Echis

Il consumatore è convinto

Nell’era del consumo globalizzato e globalizzante, dove anche i biscotti che inzuppiamo nel latte a colazione sono il prodotto di misteriose ricette alchemiche capaci di plasmare mix di farine transoceaniche e latte europeo accuratamente microfiltrato, oli caraibici iperdensi e frutta secca dell’impero del sultano, ecco che i trasformati del pomodoro appaiono ad occhi innocenti prodotti sicuri, familiari, genuini, l’ingrediente è uno solo, due al massimo: pomodori e sale.
Le centinaia di bandierine tricolore che troneggiano accanto alla scritta “100% pomodoro italiano”, sulle etichette delle latte di pelati disposte in ordinate file parallele sugli scaffali delle grandi catene dei supermercati non fanno che completare l’opera. Il consumatore è convinto, il carrello è pieno.
Eppure, come le liste interminabili di ingredienti spaventano i fautori del cibo sano e genuino, così le passate, i pelati, la pura polpa e l’intera galassia dei derivati del pomodoro dovrebbero dare parecchio da pensare a tutti coloro i quali tengono, oltre che alla bontà, all’eticità dei prodotti con i quali riempiono le buste della spesa.

Un filo rosso che dai Ghetti arriva sino in Giappone

Nelle prossime dieci settimane Quotidiano Sostenibile proverà a far luce sul lato oscuro del pomodoro italiano, seguendo quel filo rosso che si dipana tra i centri di accoglienza istituzionali e i ghetti del sud Italia dove vivono, senza elettricità né acqua decine di migliaia di lavoratori stranieri impiegati nella raccolta del pomodoro fresco, corre attraverso le industrie di trasformazione in cui il pomodoro diventa passata e arriva sino agli scranni parlamentari dai quali negli ultimi mesi è stata approvata la legge contro il caporalato. Un filo rosso che ci porterà fino in Bulgaria, in un paesino sperduto tra le montagne orientali dove i soldi del pomodoro si trasformano in mattoni, tegole, cemento, e infine in minuscoli appartamenti abitati da famiglie rom che ringraziano a voce alta i “padroni italiani” grazie ai quali hanno avuto la possibilità di costruirsi una casetta propria e comprare vestiti nuovi per i figli più piccoli.
Ma prima, molto prima di salire le strade fangose del villaggio di Sutirya, è bene dire qualcosa in più dell’oggetto della nostra ricerca: il pomodoro italiano.

Sfogliando le pagine di “Spolpati” uno dei più recenti rapporti sulla filiera del pomodoro pubblicato a metà novembre dalle associazioni Terra! e daSud si scopre che lo scorso anno la produzione del pomodoro ha continuato a crescere passando dai 4,9 milioni di tonnellate del 2014 ai 5,5 milioni di tonnellate, per la metà prodotte nel Sud Italia. Un trend in progressivo aumento che quest’anno porterà probabilmente l’Italia a diventare il secondo paese al mondo per produzione di pomodoro subito dopo gli Stati Uniti. Se pensiamo poi che le industrie italiane del pomodoro hanno fatturato, sempre nel 2015, un totale di 3 miliardi di euro, praticamente l’intero PIL dell’Eritrea, e che il 60% di questi soldi proviene dall’export dei derivati del pomodoro principalmente verso i mercati tedesco, anglosassone, statunitense e giapponese, è facile rendersi conto del giro d’affari che muove annualmente quello che in molti chiamano a ragione l’oro rosso.

Il gigante dai piedi d’argilla

Tuttavia, se guardiamo nel dettaglio il sistema industriale di produzione del pomodoro così per come si è andato strutturando nel corso degli ultimi trent’anni, ci accorgiamo che questo ha via via assunto la forma di un enorme gigante dai piedi d’argilla in cui i profitti vanno rarefacendosi man mano che dalla testa, incarnazione della Grande Distribuzione Organizzata e delle grandi industrie di trasformazione, si scende verso il tronco, fatto di migliaia di proprietari terrieri medi e grandi detentori di un potere di contrattazione quasi nullo davanti ad una GDO che impone il prezzo oramai stabile di 8 euro al quintale per il pomodoro da industria. Profitti che diventano praticamente nulli quando si arriva alle fondamenta fragili di questo gigante che al Sud si appoggia contro decine di migliaia di braccianti, 20.000 nella sola Capitanata pugliese, i quali rappresentano la classe più sfruttata e ricattabile dell’intera filiera: uomini e donne costretti a lavorare a cottimo guadagnando 1 euro ogni 100 chili di prodotto raccolti.

L’inizio del viaggio

Ma fermiamoci un attimo a riprendere fiato, il viaggio è solo all’inizio e in mano non abbiamo che il capo di una matassa ben aggrovigliata, perciò ci sembra importante chiudere con un’avvertenza: parafrasando un noto libro che si proponeva di aiutare i fumatori ad abbandonare il loro vizio, anche noi vi diremo “durante la lettura di questi articoli non smettete di comprare e mangiare passata di pomodoro”.
L’obbiettivo di questo percorso non è il boicottaggio totale del pomodoro italiano ma solo diffondere maggior consapevolezza rispetto a ciò che abbiamo nel piatto perché tutto a questo mondo, anche il più piccolo ciliegino che triturato insieme a milioni di altri si trasformerà in passata, ha una sua storia e noi vogliamo raccontarla.
Alla prossima settimana.

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