Icona pop nei quadri di Andy Warhol, protagonista dei libri per l'infanzia, grande alleato della dieta mediterranea, il pomodoro è uno degli ortaggi più comuni in Italia e non solo, ma oggi per produrlo in grandi quantità e a basso costo si chiude un occhio su etica e qualità. L'alternativa? Accorciare la filiera. E una volta che si innesca un rapporto di fiducia tra chi produce e chi compra, il prezzo lo si può anche stabilire insieme.

1. VIVA LA PAPPA CON IL POMODORO

Quando mio padre era a cena fuori, la nostra cucina esplodeva di rosso. Pasta al pomodoro, fettine alla diavola, uova strapazzate in salsa … ogni piatto si arricchiva del frutto proibito, quell’ortaggio che papà odiava a tal punto da non poterlo neanche vedere in tavola. “Ma davvero tuo padre non mangia il pomodoro?”. Domande frequenti, poste con uno sguardo stupito, incredulo di fronte a questa stranezza inconcepibile per chi è cresciuto sotto i dettami della dieta mediterranea, in un Paese dove persino l’eroe di uno dei libri per l’infanzia più noti canticchia “viva la pappa con il pomodoro”. Eppure prima del 1600 nessun europeo lo conosceva, solo in quell’epoca infatti la pianta è giunta nelle nostre campagne, importata dal Centro America nel suo originario colore: un giallo vivo a cui deve il suo nome (pomo d’oro). Duecento anni dopo l’ortaggio entra anche nelle nostre cucine, fresco o trasformato.

La prima industria conserviera risale alla seconda metà del 1800 e si deve all’idea dell’imprenditore astigiano Francesco Cirio. Chi frequenta supermercati e alimentari non può non conoscere questo nome, ma Cirio non è l’unico produttore ottocentesco ad essere ancora presente sugli scaffali dei nostri punti vendita. L’azienda dei fratelli Mutti, per esempio, ha aperto i battenti nel 1899, in un territorio, quello di Parma, ben presto divenuto noto per la coltivazione, produzione e trasformazione del pomodoro. Una storia così radicata che nel 2010 la città ha tagliato il nastro al Museo del pomodoro, per ricordarne il suo percorso e la sua fortuna. Da allora ad oggi però molte cose sono cambiate.

Anche se il pomodoro continua a imperversare nelle nostre pietanze, fresco o in conserva, i consumatori conoscono ben poco della sua origine e della strada che percorre dal campo alla tavola, in primo luogo perché per la legge italiana non è necessario scrivere la provenienza dei pomodori sulle scatole di pelati e polpe. Ma anche se si conoscesse il luogo di produzione, il dato non basterebbe a garantire una qualità del prodotto. Allora a cosa affidarci? Al prezzo? Se dovessimo puntare al risparmio, le sopracitate aziende offrono un buon prezzo, con la polpa in lattina da 400 grammi a poco più di 1 euro, ma ancora più vantaggiosi sono i pelati e le polpe di sottomarche presenti in molti supermercati e discount, che arrivano ad essere venduti anche a 0,29 centesimi a lattina. Se optassimo invece per un prodotto certificato biologico, i costi salirebbero di molto: da 2 a 5 euro circa per una passata da mezzo chilo. Intervistato sulla sua celebre scatoletta di pomodoro, l’artista pop Andy Warhol disse: “Il bello degli americani è che mangiano tutti le stesse cose, dal presidente degli Stati Uniti al barbone che è seduto ad un angolo di strada”. Ci sentiamo di smentirlo: una polpa commerciale non è uguale a un prodotto organico distribuito a filiera corta.

2. CHI CI GUADAGNA

Puglia e a Basilicata sono tra le regioni da cui proviene la gran parte dei pomodori venduti dalle aziende italiane. La raccolta in queste aree è affidata quasi esclusivamente a manodopera straniera, nella maggior parte dei casi reclutata in nero e retribuita “a cassone”, perciò a cottimo. Ogni cassone, della portata di 300 chili, è pagato in media 4,3 euro, a cui vanno sottratti i 50 centesimi per il caporale, la persona cioè che fa da punto di contatto tra il bracciante e il datore di lavoro. Suleman, un cuoco che vive a Roma, un’estate ha deciso di partecipare alla raccolta, per risparmiare il denaro dell’affitto in città nei mesi di luglio e agosto e per guadagnare qualche euro. Ricorda ancora il primo giorno sui campi: una completa follia. I cassoni sono enormi e pesantissimi anche da vuoti, per riempirli è necessario sollevarli e spostarli vicino alle piante, che vengono estirpate dal terreno con tutte le radici. “La terra è così dura che è necessario fare forza con le gambe e la schiena per tirare su i fusti. Poi si corre al cassone e i rami si battono sul bordo per fare staccare i pomodori”. La parola d’ordine è velocità, per accaparrarsi un altro cassone vuoto e iniziare di nuovo. Ovviamente rami e foglie spesso si mescolano con i pomodori e in questo stato arrivano anche alle industrie di trasformazione.

Nel corso del 2014 Medu, l’Associazione di medici per i diritti umani, ha monitorato per undici mesi le campagne del Meridione. La fotografia che ne viene fuori, dipinta in un rapporto dal titolo “Terraingiusta”, è desolante: lavoro sommerso segnato da gravi irregolarità contributive, salari da fame, caporalato, orari eccessivi di lavoro, situazioni abitative ed igienico-sanitarie disastrose. “Ciò che conta non è la qualità” si legge nell’indagine “bensì la quantità, che in queste aree può arrivare anche a mille quintali di pomodoro per ettaro di terreno”, frutti raccolti e nella maggior parte dei casi trasportati in Campania, negli stabilimenti di trasformazione di Napoli, Salerno e Caserta. E se di certo i braccianti non fanno fortuna, d’altra parte neanche gli agricoltori sembrano ricavarci granché. “I margini di guadagno oggi sono pochi” spiega Gervasio Ungolo, agricoltore della Basilicata “spesso il valore del prodotto coltivato serve solo a pagare l’investimento e all’agricoltore non rimane altro che l’aiuto europeo”. Gervasio fa riferimento al tanto discusso “premio PAC”, che per molti ha decretato la fine dell’agricoltura su piccola e media scala. E allora chi ci guadagna? I soliti noti: coloro che si trovano ai vertici delle multinazionali, gli intermediari mafiosi padroni di aziende, le agenzie internazionali di fornitura della manodopera, i commercianti della grande distribuzione. Ma un’alternativa a questo meccanismo perverso esiste. 

3. POMODORO A FILIERA CORTA

“Ero tornata da Londra dopo sette anni, avevamo dei soldi e pensai che sarebbe stata una buona idea mettere su un laboratorio per produrre salsa di pomodoro, ristrutturando la stalla di casa”. Inizia così il racconto di Maria Pia, agricoltrice campana. “Lo feci, ma al momento di richiedere l’autorizzazione ASL ho dovuto ripensarci e così oggi ho un bellissimo laboratorio, ma illegale”. I requisiti imposti dall’Azienda Sanitaria, ci racconta Maria Pia, prevedevano una spesa esorbitante, a cui poi si sarebbe aggiunto un regime di tasse inaccessibile per un piccolo produttore in procinto di avviare la sua attività. Basti pensare che aldilà di pavimento e pareti a mattonelle, infissi con zanzariere, pentole, stoviglie e cucine in acciaio, cucina con vasconi per il lavaggio dei pomodori e le bottiglie (tutte strutture che Maria Pia aveva realizzato), la ASL richiedeva anche la pastorizzazione con autoclave e l’imbottigliamento con macchina, attrezzature il cui costo si aggira attorno ai ventimila euro. “E resta sempre da far notare che il costo maggiore in termini di denaro, tempo e qualità della vita” ha concluso l’agricoltrice “lo richiede comunque la cura delle piante di pomodoro che, se veramente coltivate in modo organico, senza irrorare funghicidi, dipendono completamente dal clima. I semi autoctoni sono più resistenti ma ci vuole un lavoraccio per farli andare avanti. Bello sarebbe se con con un maggior spirito di collaborazione le persone coltivassero i loro pomodori e poi usassero, con il mio aiuto, il mio laboratorio, per farne le salse per il loro anno di cibo, a prezzi davvero abbordabili, e ovviamente più giusti”.

La storia di Maria Pia somiglia a quella di Elena, e a quella di Fabrizio, e di Ciro. In Italia sono centinaia i produttori di pomodoro costretti a rivolgersi a circuiti informali di vendita. Conti alla mano, sembra non esserci altra soluzione per chi lavora su piccole quantità. Per capirne di più, abbiamo chiesto a Maria Pia di quantificare il suo lavoro. “Mi sono data questi costi: ho calcolato uno stipendio mensile di 400 euro per Pomodoro03piantare, innaffiare e raccogliere i pomodori a maggio, giugno, luglio ed agosto. Per portarli a casa e lavarli ho considerato un totale di 300 euro, per acqua e lavoro”. A questi 1900 euro, Maria Pia deve sommare circa 100 euro di lavoro e gas per tagliare, cuocere, imbottigliare e ribollire le bottiglie. Infine ci sono i costi per vetri e tappi. “Insomma, per ogni litro di salsa, il prodotto dovrebbe essere venduto tra i 4 e i 5 euro!” conclude l’agricoltrice. Oggi Maria Pia ha deciso di vendere la sua salsa solo ad amici, per 4 euro al litro, un prezzo che non include il costo del suo lavoro. Sul giusto prezzo della passata hanno ragionato anche i soci di Biorekk, un’associazione di Padova che dal 2004 prova ad accorciare le filiere facilitando la relazione diretta tra produttore e consumatore. Biorekk ha recentemente costruito, assieme ad alcuni produttori locali, il prezzo giusto della passata, lo ha poi presentato ai soci del proprio Gruppo di acquisto, che una volta accettato quel costo, hanno firmato un patto sociale; sottoscrivendo questo accordo, i produttori hanno garantito la realizzazione di tutte le scelte condivise durante la creazione del prezzo e i consumatori si sono impegnati ad acquistare una specifica quantità di prodotto, in un arco temporale stabilito. Oggi un vasetto da 550 grammi della passata offerta dal GAS di Biorekk è venduto a 2,15 euro. (vedi tabella)

4. EXTRATERRESTRI

Se siamo interessati a conoscere cosa mangiamo, dobbiamo rinunciare ad acquistare il cibo solo con il portafogli. D’altronde il prezzo non misura affatto il valore di un bene. Lo spiega bene l’economista Ray Patel, nel suo saggio dal titolo “Il valore delle cose”.

Secondo Patel è evidente da tempo che i prezzi sono guide inattendibili, basti pensare alla crisi economica del 2008, che oltre al crollo dei mercati finanziari ha visto un brusco rincaro dei prodotti alimentari e del petrolio. Un’ intuizione scabrosa che, scrive l’economista, si è anche fatta intrattenimento. “Un extraterrestre, giungendo sulla Terra, si stupirebbe che uno degli spettacoli televisivi di maggiore successo in molti paesi è uno show che specula sulla confusione relativa al valore delle cose”. Patel si riferisce al noto programma Ok, il prezzo è giusto, nel quale si presentano ai concorrenti diversi beni di consumo durevoli, di cui si deve indovinare il prezzo di listino. “Ed ecco l’aspetto cruciale: in questo gioco vince non chi indovina correttamente l’utilità o il costo di produzione degli oggetti, ma chi sviluppa la capacità di intuire la somma che, secondo le aziende, i consumatori sarebbero disposti a pagare”.

Marzia Coronati

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