Spesso celato dietro la più generica dicitura di olio vegetale, grasso vegetale o palmate, l’olio di palma è recentemente assurto agli onori della cronaca, diventando nel contempo ingrediente da boicottare o da difendere

di Riccardo Allegro

Spesso celato dietro la più generica dicitura di olio vegetale, grasso vegetale o palmate, l’olio di palma è recentemente assurto agli onori della cronaca, diventando nel contempo ingrediente da boicottare (per le associazioni ambientaliste o i consumatori più informati) e da difendere (per le multinazionali alimentari). Ma cosa ne pensa invece il consumatore medio? Quello cioè che, seppur con raziocinio e volontà critica, si trova nel mezzo dello scontro, esposto al fuoco dell’una e dell’atra fazione?
Lungi dal volersi dichiarare super partes, proveremo in poche righe a sottolineare gli aspetti più importanti derivanti dal consumo di un simile ingrediente.
Le principali critiche mosse a questo tipo di grasso riguardano due aspetti fondamentali: i danni provocati alla salute del consumatore e quelli provocati all’ambiente, derivanti da una delle colture più remunerative del pianeta.

SALUTE

Vi sono studi che confermano la pericolosità dell’olio di palma per la salute dell’uomo e altri che, al contrario, in questo senso lo riabilitano, o quanto meno non ne certificano la dannosità. In questo contesto eviteremo quindi di entrare nel merito della faccenda, tentando solamente di fornire una semplice panoramica della discussione attualmente in atto.
Praticamente insapore, molto economico e ricco di grassi saturi, l’olio di palma è divenuto subito candidato perfetto per sostituire i tanto (e giustamente) criticati grassi vegetali idrogenati, ancora oggi alla base della preparazione di molti alimenti.

Quest’olio si può trovare in brioche, biscotti, merendine, gelati, snack, cracker, grissini, piatti pronti e patatine fritte.
Anche i grassi saturi tuttavia – e qui gli studi lo confermano – sono colpevoli di aumentare il colesterolo e, conseguentemente, il rischio di problematiche e patologie che ne derivano.

Elena Fattore, coordinatrice dell’indagine condotta in merito da alcuni ricercatori dell’Istituto Mario Negri di Milano ha spiegato: “ è difficile dire che un’alimentazione che abbondi in olio di palma sia più pericolosa per il cuore di altre: non ci sono evidenze scientifiche sufficienti a condannare senza appello l’olio di palma perché fa male”. Al di là dell’accento posto sul “più dannosa di altre”, Elena Fattore non fa altro, in questo caso, che confermare quanto concluso da Antonio Caretto, presidente dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica: “Si sa, ad esempio, che un incremento della concentrazione di acido palmitico nel sangue si associa a una maggiore aterosclerosi, inoltre ricerche che hanno confrontato l’olio di palma con altri oli vegetali mostrano una superiorità netta dell’olio d’oliva nel garantire effetti benefici per la salute; d’altro canto le metanalisi sembrano indicare che l’olio di palma non è così dannoso come si potrebbe temere. Serviranno perciò ulteriori indagini per fare chiarezza”.

Tra i più accreditati, da citare anche lo studio condotto in 23 diversi paesi nel periodo compreso tra il 1980 e il 1997, da Brian K Chen. Ad essere presi in considerazione, sono gli effetti sulla salute valutati nel lungo periodo: gli autori sostengono in questo caso che ogni kg di olio di palma assunto ogni anno aumenti in modo significativo il tasso di mortalità per patologia cardiovascolare.
In India per esempio, paese in cui il consumo di questo grasso risulta particolarmente alto (con conseguentemente impatto negativo su colesterolo e in generale problemi di tipo cardiovascolare) le autorità governative starebbero valutando l’ipotesi di tassarlo per disencentivarne l’uso.
Nel tentativo di far prevalere il suono di una campana sull’altra, potremmo, in questo contesto, riportare le dichiarazioni di moltissimi altri medici e ricercatori, tra loro in disaccordo, sicuri, gli uni, della nocività del grasso, sicuri gli altri, della sua innocuità.

AMBIENTE

Da oltre 20 anni utilizzato a livello industriale, l’olio di palma è, ma questa volta in senso lato, sulla bocca di tutti dal dicembre 2014, mese in cui è stato approvato in Italia il decreto di legge che obbliga ogni azienda a indicare con precisione in etichetta il grasso vegetale utilizzato. La polemica s’è accesa rapidamente, costringendo i “big”, messi all’angolo da chi chiedeva loro di fornire risposte in merito, a diffondere uno specifico dossier – che qualcuno potrebbe “addirittura” etichettare come grandemente di parte – redatto da AIDEPI, cioè dall’Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiana, rappresentanti oltre l’80% del mercato. Nel dossier, gli aspetti più interessanti e meritevoli di approfondimenti vengono trattati in modo parziale e superficiale, fornendo risposte e motivazioni spesso tra loro in contraddizione. Basti come esempio quello relativo alle motivazioni volte a giustificare l’impiego di olio di palma: offrire opportunità lavorative in zone ad alto tasso di povertà. A prescindere dall’ipocrisia insita in una simile risposta, da sottolineare è come di tutta la faccenda non venga minimamente spiegato il meccanismo: a molti consumatori, memori di quanto il “libero mercato” ha loro insegnato – e continua a insegnare – durante la sua applicazione nei paesi più poveri del mondo, potrebbero infatti interessare, per esempio, le condizioni lavorative “proposte” al contadino malese o indonesiano. Ma nulla: di tutti questi aspetti si tace, azzerando la discussione con la semplice quanto pretestuosa affermazione “fornisce sussistenza economica a diversi milioni di persone.”
Difendendo e giustificando l’utilizzo di questo olio, il dossier continua sottolineando l’eccezionale resa in termini quantitativi (e quindi remunerativi), senza però accennare alle tecniche utilizzate in una simile monocoltura, invasiva quanto intensiva, nonché dannosa e corresponsabile del sempre più pressante problema della deforestazione mondiale. Successivamente, come se gli oltre 800 milioni di persone che al mondo soffrono la fame (dati FAO) potessero essere sfamati con merendine e creme da spalmare, il dossier arriva addirittura a elogiare la sostanza in qualità di soluzione adatta a sopperire al sempre crescente numero di essere umani, bypassando il concetto stesso di sostenibilità. Sul rapporto, nel dettaglio, si legge: “secondo le previsioni della FAO la popolazione mondiale è in forte crescita e raggiungerà nel 2050 9,1 miliardi di persone, con un conseguente aumento della produzione di alimenti del 70% […] Tale situazione impone un sostanziale aumento nella produzione di diverse commodities chiave.

Il trend di consumo pro-capite degli oli vegetali è già in aumento, In particolare la FAO stima, per il consumo globale di oli vegetali, un tasso di crescita annuale medio del 2,2% nel decennio 2010-20”. Fondamentalmente quindi, non si fa altro che giustificare la produzione di olio di palma con la crescita della popolazione mondiale da una parte e la crescita della domanda dell’olio di palma stesso dall’altra. Dimentichiamoci ora, se possibile, del dossier e diamo uno sguardo alle concrete conseguenze, ambientali e sociali, di una simile coltura.
Nelle sole Indonesia e Malesia, attori principali del mercato mondiale, il fatturato annuo derivante dalla produzione e dal commercio di olio di palma ha superato i 40 miliardi di dollari. A farne le spese sono stati, ovviamente, foreste, animali e, non ultimi, esseri umani.
Partiamo dai prime due. Nel nostro caso, va premesso, non di coltura, ma di monocoltura si tratta: parliamo cioè dell’utilizzo di “vaste zone di territorio dedicate alla coltura di una singola specie vegetale in maniera intensiva e standardizzata, al fine di massimizzare le rese ed ottenere il massimo profitto”. Senza accennare alle possibili implicazioni politiche derivanti da un simile modello agrario (quali per esempio la possibilità delle nazioni più ricche di mantenersi in una posizione di predominio dovuto alla dipendenza e al sottosviluppo del paese nel quale avviene la coltivazione), esso rimane indubbiamente tra le principali cause delle sempre crescente perdita di biodiversità nel mondo, in barba dunque a quanto stabilito durante l’Earth Summit del 1992 a Rio de Janeiro. Perdita di biodiversità derivante dalla distruzione di un habitat significa, semplificando, alterazione di un equilibrio naturale atto a regolare e assicurare la vita di ogni creatura vivente sul pianeta, pianta, animale o essere umano che sia. Da qui, i problemi derivanti sono tanto lampanti quanto numerosi.
Le multinazionali inoltre s’impadroniscono del territorio sottraendolo agli animali stessi ma anche ai contadini locali – mediante l’utilizzo di ruspe e incendi: durante l’estate del 2013, per esempio, le foreste di Sumatra sono state date alle fiamme in diversi periodi per aumentare le zone da convertire in monocolture. “Gli incendi dolosi sono il metodo tradizionale e più economico per espandere la terra coltivabile”, ha spiegato in merito Suryana Sastradiredja, rappresentante del settore Informazione e Affari Sociali e Culturali all’ambasciata indonesiana a Kuala Lumpur. I problemi che ne derivano sono , ancora, innumerevoli: in Indonesia le emissioni di gas serra (GHG) provenienti dalla distruzione delle foreste ammontano a circa 1.8 GT di CO2 ogni anno e cioè al 4% delle emissioni globali del pianeta, ponendo il paese al terzo posto tra i maggiori emettitori a livello globale.
Ad essere seriamente minacciati non vi sono però “soltanto” le moltissime specie animali già in via di estinzione, ma un sempre crescente numero di essere umani, direttamente coinvolti in questo mercato. In primis vanno nominate alcune delle ultime tribù indigene che, pur vivendo nel pieno rispetto della natura circostante, vedono la loro terra costantemente minacciata. Nel 2001, i Dayak hanno vinto una causa contro l’azienda Borneo Pulp&Paper e il governo dello Stato di Sarawak per la violazione dei diritti fondamentali dei nativi, mentre i Penan sono schierati in prima fila per protestare contro le piantagioni di palme da olio. Ulteriori problemi riguardano poi, com’è chiaro, lo sfruttamento dei lavoratori impegnati nelle piantagioni e gli abitanti delle zone più “calde”, letteralmente privati della loro terra, nonché unica fonte di sostentamento, scacciati dalle proprie case e sostanzialmente costretti a lavorare per le nuove aziende colonizzatrici. La questione riguardante sfruttamento, sindacati e diritti di questi lavoratori meriterebbe, altre realtà già ce lo hanno insegnato, un adeguato approfondimento.
Per fronteggiare simili problemi è stato quindi istituito nel 2004 il Roundtable on Sustainable Palm Oil – RSPO, Organizzazione che unisce coltivatori, trasformatori, traders, utilizzatori, banche, investitori e ONG impegnate nella conservazione dell’ambiente e nella difesa dei diritti umani. Sviluppato uno standard globale di certificazione, il RSPO si pone come obbiettivo quello di salvaguardare la sostenibilità ambientale nella crescente produzione di olio di palma. Tuttavia, un dettagliato rapporto redatto da Greenpeace lo evidenzia, i criteri di certificazione della RSPO non possono essere considerati adeguati per combattere la deforestazione: in merito, viene preso in esame il caso dalla United Plantations, produttori di olio di palma certificati dalla stessa RSPO e ciononostante colpevoli di gravissimi crimini ambientali quali deforestazione, degradazione delle torbiere e conflitti sociali per la gestione della terra.
Oltre a chiedere alla RSPO di stabilire ed implementare criteri rigidi ed efficaci per fermare il dilagare della deforestazione a causa della produzione della palma da olio, mostrando come gli standard di certificazione volontaria utilizzati al momento attuale non siano minimamente sufficienti per proteggere i problemi evidenziati, Greenpeace ha lanciato un ulteriore appello per un’immediata moratoria sulla deforestazione nel Sud Est asiatico.

Da consumatori responsabili, non possiamo dunque far altro che valutare in un’ottica più ampia possibile tutti i problemi relativi al mercato e alla produzione dell’olio di palma, preferendo prodotti che non ne prevedano la presenza tra gli ingredienti o confezionati da aziende in grado di fornire dati certi e sicuri circa la provenienza, e quindi la produzione, degli ingredienti utilizzati.

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