01 febbraio 2016 - Il quotidiano britannico The Guardian, in un articolo curiosamente sponsorizzato da Mondelez (multinazionale alimentare proprietaria, tra gli altri, dei marchi Milka e Oro Saiwa), racconta come Nestlé sia stata elogiata per aver ammesso l'esistenza di forme di lavoro forzato tra i propri fornitori di prodotti ittici in Thailandia, ma di come molti aspetti relativi alle filiere rimangano comunque ancora poco chiari

E’ difficile immaginarsi qualcosa di peggio che vedere la propria azienda in qualche modo associata a forme di schiavitù moderna. Eppure lo scorso novembre Nestlé, la più grande azienda alimentare mondiale nonché uno dei marchi più conosciuti a livello globale, ha ammesso di essere a conoscenza che in Thailandia i propri fornitori ricorrevano a forme di lavoro forzato e che quindi i suoi clienti acquistavano prodotti macchiati dallo sfruttamento di lavoratori migranti non pagati e maltrattati.

Nestlé, rivelando di propria iniziativa che i suoi clienti avevano inconsapevolmente acquistato prodotti frutto di abusi sul lavoro, ha contestualmente dichiarato che stava entrando in una nuova era di auto-regolamentazione delle proprie filiere di approvvigionamento. Le indagini condotte dalla multinazionale, durate un anno, hanno confermato le notizie di stampa che denunciavano come l’industria ittica in Thailandia fosse afflitta da forme di lavoro forzato e dal traffico di esseri umani e che tali forme di sfruttamento hanno riguardato la produzione di prodotti a marchio Fancy Feast (facente capo alla Nestlé).

Nestlé ha anche fatto presente che qualunque altra azienda si fosse rifornita di prodotti ittici in Thailandia – il terzo più grande esportatore al mondo – non avrebbe potuto fare a meno di essere esposta allo stesso rischio.

Come abbiamo coerentemente affermato, il lavoro forzato e la violazione dei diritti umani non possono trovare posto nelle nostre filiere“, ha fatto sapere in una dichiarazione scritta Magdi Batato, vice-presidente esecutivo e responsabile organizzativo di Nestlé, “Nestlé ritiene che collaborando con i fornitori sia possibile migliorare il processo di approvvigionamento delle materie prime“.

Questa ammissione è stata definita innovativada molti. Nick Grono, il capo esecutivo della ONG Freedom Fund, che in Thailandia ha investito molto in iniziative contro la tratta, ritiene che l’ammissione della Nestlé potrebbe costituire un importante fattore nel ridefinire i parametri di ciò che ci si può aspettare dalle imprese in merito alla trasparenza della propria filiera. “La decisione di Nestlé di condurre questa indagine va applaudita. Se sei uno dei più grandi marchi a livello mondiale e ammetti in modo proattivo che hai scoperto forme di schiavitù nel tuo business, allora ciò può costituire un’enorme novità che potrebbe portare ad un cambiamento nella gestione delle filiere“.

Il rapporto della Nestlé si è basato su una ricerca condotta da Verité, una società statunitense specializzata in responsabilità sociale d’impresa che cerca di aiutare le organizzazioni a migliorare la trasparenza delle proprie filiere.

Nel 2015 Veritè aveva già collaborato con l’azienda di abbigliamento Patagonia, la quale aveva reso noto di aver scoperto a Taiwan un aumento dei casi di lavoro forzato e di pratiche non etiche in più punti della propria filiera produttiva.
 
A tal proposito Dan Viederman, amministratore delegato di Verité, dice: “Negli ultimi sei mesi Verité ha collaborato con due importanti brand e una delle lezioni più importanti che abbiamo appreso è che in nessuno dei due casi le aziende hanno avuto grosse ripercussioni per il fatto di essere state associate a queste forme di sfruttamento. Anzi esse hanno ricevuto una sorta di riconoscimento per essere state abbastanza coraggiose da renderlo noto”. “Mi auguro – continua Viederman – che questi esempi spingano le aziende ad essere più coraggiose e ad indagare più in profondità le proprie filiere, perché il non farlo potrebbe presto danneggiarne considerevolmente la reputazione”.
 
Per Viederman la questione più importante è cercare di capire come tradurre queste “ammissioni” in un effettivo miglioramento della situazione di quei lavoratori intrappolati nei bassifondi delle filiere.
 
Ripulire la filiera

Vi è inoltre un crescente obbligo legale che spinge sempre più le grandi multinazionali ad affrontare seriamente le problematiche legate alla violazione dei diritti umani nel loro business. Sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito infatti la legislazione prevede che le grandi imprese pubblichino annualmente dei rapporti che descrivano gli sforzi messi in atto per mantenere le proprie attività libere dalla piaga della schiavitù.

Il successo del Transparency in Supply Chains Act in California nel 2010, sebbene disomogeneo, ha dato il via ad una serie di cause civili promosse da consumatori e lavoratori contro le aziende accusate di dare all’opinione pubblica informazioni fuorvianti sui loro sforzi per combattere tali forme di schiavitù. Nestlé è una delle aziende che negli Stati Uniti sta avendo a che fare con questo tipo di cause. La settimana scorsa l’azienda ha visto naufragare il tentativo di far rigettare dalla Corte Suprema statunitense l’accusa che la vede coinvolta nel presunto sfruttamento di lavoro minorile nelle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio. Questa situazione mette l’azienda nella spiacevole posizione di dover da un lato ammettere di propria iniziativa l’esistenza di forme di schiavitù in un segmento del proprio business (nel caso thailandese), dall’altro di doversi difendere nelle aule dei tribunali dall’accusa di schiavismo in altri segmenti, ben più redditizi, come appunto quello del cacao.

Andrew Wallis, a capo di Unseen UK, un’associazione che si batte per una maggior trasparenza delle filiere sul tema dello sfruttamento, ha dichiarato: “Ritengo ci sia un problema quando Nestlè dice: ‘Ok siamo stati trascinati insieme a tutti gli altri nella questione della schiavitù in Thailandia quindi prendiamo l’iniziativa e facciamo qualcosa al riguardo’, e allo stesso tempo si ritrova a combattere con le unghie e con i denti in tribunale per evitare le accuse di schiavitù minorile in quello che è il suo business principale in Costa d’Avorio“.

Wallis sostiene che l’auto denuncia di Nestlé può essere vista anche come una tattica per impedire o “sgonfiare” altre cause simili che pendono dinnanzi ai tribunali.

E’ facile ammettere qualcosa che è stato già scoperto. Quando Nestlè ha ammesso l’esistenza di forme di schiavitù nel settore ittico in Thailandia, il fatto era già di dominio pubblico. Potremo parlare di coraggio quando le aziende realmente condurranno indagini sulle filiere di cui l’opinione pubblica non è a conoscenza“.

Abbiamo bisogno di giungere ad una fase nuova in cui si dica ‘Siamo tutti colpevoli, facciamo in modo di poter affrontare adeguatamente il problema’ – e io credo che non siamo ancora giunti a questo punto.

FONTE

The Guardian – Nestlé admits slavery in Thailand while fighting child labour lawsuit in Ivory Coast (01/02/2016)

commenti (0 )

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato

Puoi usare questi tag e attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>