Nella zona dell'Alto Vulture, in Basilicata, sulla strada provinciale Mulini-Matinelle che collega Venosa a Palazzo San Gervasio, sorge un insediamento informale noto come il ghetto di Palazzo, anche se rientra ancora nel Comune di Venosa. Abbastanza lontano da entrambi i centri, è invisibile sia di notte che di giorno a chi non ne conosce l'esistenza.

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni

I ghetti dell’Alto Vulture

Il Contratto Provinciale del lavoro stabilisce che ai lavoratori stagionali debba essere fornita “un’adeguata sistemazione abitativa per tutto il periodo della fase lavorativa”; nella realtà, però, la stragrande maggioranza dei braccianti abita in accampamenti spontanei, isolati dai centri abitati e privi di acqua, servizi igienici ed elettricità. Nella zona dell’Alto Vulture-Bradano se ne contavano due. Quello di Palazzo, a differenza dell’insediamento di Boreano, non è ancora stato sgomberato. Proprio dopo lo smantellamento di quest’ultimo, a luglio 2016, molte persone vi si sono trasferite. Ben pochi dei braccianti che vivevano a Boreano, infatti, si sono recati nei campi di accoglienza allestiti dalla Regione Basilicata, a Venosa e a Palazzo San Gervasio, proprio per ospitare i lavoratori agricoli stranieri durante la stagione del pomodoro.

Per raggiungere il ghetto bisogna abbandonare la provinciale e svoltare su una strada sterrata. Presto si iniziano a scorgere le prime ex case coloniche, ruderi di pietra con vista diretta sul cielo. Dopo qualche minuto si arriva in uno spiazzo dove, accanto a dei casolari ancora in piedi, sono state costruite alcune decine di baracche, ricoperte alla meglio da teli e coperte. Oltre agli alloggi dei braccianti, esistono veri e propri esercizi commerciali, dai negozi ai ristoranti, dai bar ai bordelli. Più in disparte, si vede un grande tappeto disteso a terra, dove pregare Allah.

Al centro, vediamo un negozio in cui si vende un po’ di tutto, dall’abbigliamento alla biancheria, fino agli utensili da lavoro e agli accessori per cellulari. Lo gestisce Ousmane, un signore sudanese che vive a Roma e si trova qui per il periodo di raccolta. Prima di venire in Italia, era commerciante anche in Sudan, dove faceva la spola tra il suo paese e la Libia, in cui si trovavano più merci e a prezzi più bassi. La Libia ricca di Gheddafi, come la Napoli degli anni ’50 del contrabbando. Quando è diventato impossibile recarsi in Libia, per Ousmane non è rimasta alternativa. Ora, in Italia, continua a fare il suo lavoro tra Roma e i ghetti affamati di ogni tipo di merce.

Mulini-Matinelle alla luce del giorno

Di mattina il ghetto è silenzioso e semivuoto, i braccianti sono ancora a lavorare nei campi; torneranno per l’ora di pranzo. Nel ghetto rimangono gli abitanti che, come Ousmane, si occupano dell’economia quotidiana del posto. Dai gestori dei ristoranti e dei bar, alle donne, alcune cuoche, altre prostitute.

Mentre beviamo il tè in uno dei ristoranti, una pecora riesce a scappare alla sua triste sorte. Alì, il ristoratore, cerca di recuperarla goffamente, mobilitando anche il resto degli abitanti per salvare il pranzo.

Al ghetto ci capita di incontrare anche un proprietario terriero, venuto a proporre un lavoretto ad alcuni braccianti “per fargli guadagnare qualcosa”. Il proprietario, incuriosito, si rivolge a noi, ansioso di difendere la sua categoria. Ci chiede insistentemente di evitare giudizi, spesso troppo affrettati dai media che si occupano saltuariamente della questione. Excusatio non petita a parte, l’agricoltore ci invita a non cercare colpevoli, ma soluzioni. Riconoscendo le condizioni pessime in cui vivono i braccianti, sottolinea che gli stipendi guadagnati con il lavoro sui campi, d’altro canto, non sono da disprezzare. Con la paga a cottimo, infatti, chi è in grado di riempire anche 40 cassoni al giorno per 4 euro l’uno, può guadagnare fino a 150 euro. Dal canto suo, invece, per paura dei controlli e delle sanzioni, diventate più frequenti negli ultimi anni, il proprietario ha rinunciato ai pomodori per quest’anno.

Poche battute per avere chiara la posizione comune alla maggior parte degli agricoltori, stretti fra la grande industria che impone i prezzi dei prodotti agricoli e le norme stringenti.

È intorno all’ora di pranzo che il ghetto inizia a popolarsi di nuovo, con l’arrivo dei furgoncini guidati dai caporali che si occupano di trasportare i braccianti dai campi al ghetto e viceversa. Cinque euro ogni giorno per andare e tornare. Anche la maggior parte degli alloggi è gestita dai caporali, un’altra fonte di guadagno per questi ultimi, un’altra spesa per i braccianti, che pagano un affitto per vivere in baracca. Senza contare il denaro trattenuto sulla paga dei braccianti per ogni cassone riempito, in media 0.50 centesimi.

Uno dei caporali, in Italia dagli anni ’90, lavorava come operaio nel Nord. Con la crisi economica e la chiusura delle fabbriche settentrionali, ha trovato posto in questo sistema malato che poggia i piedi sulle schiene dei braccianti, ultimi nella catena di produzione di pomodoro.

Si, perché i migranti sono qui per lavorare, e sempre per lavorare si sposteranno alla fine di questa stagione in altre campagne e in altri ghetti, chi a Campobello in Sicilia per le olive, chi a Rosarno in Calabria per gli agrumi.

La maggior parte di questi lavoratori è in Italia da tanto e ha un regolare permesso di soggiorno. Nei campi, però, lavorano anche richiedenti asilo, per lo più ospiti nei centri di accoglienza dislocati in Basilicata. Il passaparola e la necessità di guadagnare qualche soldo, sia per sopperire alle mancanze croniche del sistema di accoglienza, sia per inviare soldi alle famiglie rimaste in Africa, li hanno portati fin qui.

Tra i negozi, i bar, i ristoranti e i bordelli incrociamo qualche sguardo diffidente, ma per lo più volti e occhi curiosi che al primo saluto sono pronti ad accoglierti in quel micro-cosmo che è il ghetto e a scambiare qualche parola.

A Mulini-Matinelle convivono molte nazionalità diverse, in maggioranza burkinabè, sudanesi e maliani. Quasi tutti conoscono l’italiano, la lingua franca utilizzata per comunicare tra le differenti nazionalità, che sembrano convivere pacificamente tra loro. Le dimensioni di questo insediamento, probabilmente, non sono ancora tali da favorire la creazione di sotto-ghetti al suo interno; le comunità nazionali, infatti, seppur facilmente identificabili e coese, non sembrano segregate fra loro.

Mulini Matinelle al calar del sole

Nei ristoranti, all’ora di cena, molta gente si riunisce intorno al televisore. In quello di Alì, sudanese, la tv è sintonizzata su Al Jazeera, tutti sono incollati a seguire l’ultima notizia: durante nuovi scontri violenti in Palestina un altro minorenne palestinese è stato ucciso dall’esercito israeliano.

Nei bar si bevono tè e caffè dolcissimi e bollenti, unico modo per asciugare l’umido delle notti di fine settembre, mentre l’aria si riempie dell’odore di mela del narghilè o shishà, in arabo. Inutile provare a pagare per noi visitatori, qui si è sempre comunque ospiti.

Dopo cena, finiamo nel bar di Abu, un ragazzo sudanese che vive a Potenza e si trova a lavorare nella raccolta dei pomodori per la prima volta, ma che passa la maggior parte del tempo a gestire il bar. Abu parla benissimo l’italiano e ha vissuto in diverse parti di Italia, soprattutto al Sud, come dimostra il suo accento. Dal 2006 lavora come spogliarellista, lavoro trovato dopo un incontro fortuito in discoteca. Di giorno, invece, fa il carrozziere.

Nel bar, un tendone blu arredato con tavoli e sedie di plastica e un bancone di legno, Abu serve birre e analcolici ai suoi clienti. Per un po’, una candela resta accesa sul nostro tavolo che traballa a ogni urto, a causa del terreno sconnesso. Ben presto, l’estetica e il romanticismo lasciano il posto al buon senso e la candela viene spenta. Un tendone come quello, infatti, potrebbe incendiarsi in un attimo, tant’è che incidenti del genere sono comunissimi nei ghetti, l’ultimo dei quali ha devastato il ghetto di Boreano il 5 maggio di quest’anno.

Musiche arabeggianti alternate a pezzi gangsta risuonano nel locale, una commistione di stili singolare per accontentare un po’ tutti i gusti. Si respira un’atmosfera particolare, in cui ogni personaggio sembra perfettamente a proprio agio, comprese Xenia e sua nipote, le due ragazze russe che lavorano come cameriere.

Per quanto, agli occhi di visitatori esterni, la vita nel ghetto possa sembrare pacifica e le facce sorridenti dei suoi abitanti infondano un senso di calma e serenità, questo è un posto fatto soprattutto di miseria ed emarginazione. Chi non è in grado di lavorare e non ha nessuno su cui contare finisce ai margini di una realtà già al limite.

Se da un lato, l’essere umano, in questo contesto, raggiunge livelli inaspettati di adattamento, il grado di emarginazione può mettere a dura prova anche i più resistenti. Accampamenti spontanei come questi sono la risposta ad un’esigenza abitativa reale, che si manifesta ormai da anni, ciclicamente, in questa parte di Italia. Soluzioni drastiche come gli sgomberi forzati, o la costruzione di grandi campi di accoglienza dormitorio, finora, non hanno risolto la situazione.

Lasciamo il bar di Abu ancora pieno di clienti in cerca di distrazioni e di un po’ di normalità e ci avviamo verso la strada, misurando ogni passo, nel buio pesto del ghetto.

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