radio ghetto

Radio Ghetto è diventata nel corso di cinque anni di attività un vero e proprio spazio assembleare in cui si da voce agli abitanti del Gran Ghetto di Foggia, la citta nera che ogni estate si popola di centinaia di braccianti stagionali provenienti dall'Africa

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni 

Una radio in baracca

“Per tutta l’Italia questa che state ascoltando è Radio Ghetto, trasmettiamo dal Gran Ghetto di Foggia, in Puglia, la città nera dove vivono centinaia di braccianti africani che lavorano nella raccolta dei pomodori. Viviamo nelle baracche e questa radio è fatta per parlare dei nostri problemi e cercare di risolverli”, due altoparlanti gracchianti da 80 watt l’uno sparano la voce di Mady contro le baracche del Ghetto. È pomeriggio inoltrato e intorno alla baracca della radio si è radunato un piccolo gruppo di curiosi, molti sono appena tornati dai campi ancora sporchi di terra, ma stanno lì ad osservare quel gruppetto di ventenni che dall’altro lato del tavolo armeggiano con mixer e microfoni registrando l’ultima puntata di Radio Ghetto Italia.

Così nasceva Radio Ghetto

È il settembre 2013 e la stagione del pomodoro, come questa giornata di fine estate col sole oramai rosso, si appresta al termine. Da qualche settimana all’interno del Gran Ghetto tra bar, abitazioni, ristoranti e bordelli, è stata tirata su una nuova baracca e ad occuparla una coppia di bianchi e una pila di strumentazione audio.
12_1Solo un anno e mezzo prima sarebbe stato impensabile immaginare che questo progetto avesse potuto avere un seguito concreto. In fondo era nato quasi per gioco, a Napoli, durante l’assemblea della rete Campagne in Lotta, un’insieme di associazioni che avevano deciso di lottare contro il brutale sfruttamento che coinvolgeva migliaia di braccianti stranieri impiegati nelle campagne del sud e del nord Italia costretti a turni di lavoro estenuanti, paghe da fame, vita in baracca e soprusi continui da parte dei caporali e dei padroni italiani.
Come possiamo dar voce a questo disagio, come possiamo facilitare una presa di coscienza politica di questi lavoratori, ci si chiedeva.
Un giornale? Si, ma in che lingua e con quale cadenza? Con quali redattori e in che formato?
Forse allora una radio, aveva proposto qualcuno, la strumentazione è semplice da utilizzare, è uno strumento divertente e per di più si può parlare nelle lingue più disparate.
Così nasceva Radio Ghetto. Era il 2012.

L’assemblea del Ghetto

Una delle caratteristiche più interessanti di questo progetto radiofonico stagionale è sicuramente l’attenzione posta al linguaggio. “Radio Ghetto Voci Libere” recita il jingle che di tanto in tanto viene trasmesso dai dj dietro la console, ed in effetti le voci di Radio Ghetto sono libere in almeno due diverse accezioni.
In primo luogo tutti nel Ghetto possono prendere il microfono della radio e dire la propria: i braccianti, la grande maggioranza, i caporali, che ogni tanto fanno capolino in baracca per dire la propria sulle questioni più disparate, le cuoche dei dsc_0019ristoranti, che nel 2015 quando venne lanciato un programma di cucina africana tutti i mercoledì pomeriggio passavano in radio per presentare le loro ricette migliori, i bambini, che si intervistano a vicenda raccontandosi storie inverosimili, le prostitute, che nonostante la loro centralità nella società della baraccopoli sono sempre intervenute troppo poco, due sole trasmissioni in cinque anni di vita della radio, a causa del controllo pervasivo che le maman esercitano su di loro. A nessuno viene impedito di avere un proprio spazio di parola perché la filosofia alla base dell’esperienza di Radio Ghetto è che una radio di comunità debba innanzitutto garantire uno spazio di espressione libero e aperto, capace di stimolare il dibattito e l’attivazione della comunità stessa, la censura anche di una sola opinione non fa che aprire la possibilità di una censura più generalizzata e strumentale.
In secondo luogo le voci e le parole della radio sono libere solo se chi le pronuncia si sente a suo agio con il microfono in mano. È per facilitare quest’atmosfera che Radio Ghetto ha sin da subito deciso di dare la massima libertà in termini espressivo-linguistici.

Ecco perché sotto la tettoia di Radio Ghetto e ai suoi altoparlanti si possono ascoltare tutte le lingue parlate al Ghetto: ci sono i senegalesi che scherzano in wolof e francese, i maliani che urlano in bambarà, i gambiani che presentano le canzoni reggae in mandinga e inglese, i nigeriani che chiacchierano in igbo e pijin english, i burkinabè con i loro comizi politici in bissa e poi ancora i giovani braccianti di tutte le nazionalità che utilizzano l’italiano come lingua franca per capirsi e per far capire gli attivisti italiani che contribuiscono alla radio.
Grazie a questa attenzione Radio Ghetto è così diventata nel corso di questi cinque anni di attività un vero e proprio spazio assembleare all’interno del quale ci si incontra per lamentarsi delle proprie condizioni di vita e dell’assenza di interventi statali, per arrabbiarsi delle continue notizie di sgombero della baraccopoli e dei caporali che non pagano gli stipendi da giorni, per raccontare cosa sta succedendo nei paesi d’origine e come si sta nelle altre città d’Italia ma anche per ascoltare musica e rispondere alla gente che da tutt’Italia chiama Radio Ghetto per fare domande sul Ghetto e sulla raccolta o semplicemente per portare la propria solidarietà ai lavoratori.

Inshallah!

_dsc0897Sul Ghetto scende la notte e tutt’intorno alla radio i generatori a benzina dei bar cominciano a borbottare, qua e là qualche baracca si illumina di una luce gialla che fuoriesce dalla porta lasciata aperta.
Mancano pochi minuti prima che il generatore della radio venga spento per l’ultima volta, intorno al tavolo sono rimasti in due Ibrahim e Bamba, scelgono la canzone di chiusura, tre dita nere spostano il cursore del mixer verso l’alto e dalle casse si alza una nenia di tastiere distorte, Ibrahim prende il microfono alza il volume e parla:
“Questo è l’ultimo saluto… a tutti… di Radio Ghetto… fino all’anno prossimo. Ma noi speriamo di non essere più qua, se Dio vuole, troveremo un buon lavoro. Inshallah!”
Era il settembre 2013, da allora le stagioni di Radio Ghetto sono diventate cinque ed Ibrahim, dopo anni in cui aveva trovato un buon lavoro, quest’estate è ritornato a camminare per le strade del Ghetto in cerca di un caporale che lo portasse sui campi.

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