seed saving

La South African Food Sovereignity Campaign (SAFSC) tenta di recuperare le sementi di colture tradizionali che stanno scomparendo per colpa di un sistema che favorisce le grandi aziende agricole

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni 

Come è possibile che il sapere accumulato nell’arco di decine di migliaia di anni si perda nell’arco di appena una o due generazioni? È quanto si chiede in Sud Africa la South African Food Sovereignity Campaign (SAFSC), rete dei contadini, attivisti ed esperti vicina al movimento internazionale di via campesina e impegnata nella protezione e conservazione delle sementi tradizionali.

La SAFSC lavora da anni nel campo delle colture tradizionali tentando di recuperare le varietà e il sapere dei contadini zulu, xhosa, tsonga e delle altre numerose culture che compongono oggi il multietnico Sudafrica.
Il paese, spiega la rete, è uno dei primi in Africa dove le leggi e i regolamenti approvati da governo e parlamento hanno favorito grandi aziende agricole e multinazionali, e il settore dei semi è esemplificativo.
Il governo di Pretoria ha infatti da tempo applicato un complesso sistema di norme e brevetti per la registrazione e la commercializzazione dei semi. Una pratica che rischia di mettere fuori legge chi, come nella migliore tradizione, i semi se li fa da sé, selezionando una parte del raccolto per destinarla alle piantagioni future.

Il processo, già da tempo conosciuto in Europa e in molte altre aree industrializzate, lascia sempre meno spazio ai contadini e ai piccoli produttori finendo per regalare grandi margini di attività invece alle grandi aziende sementiere, che alle varietà tradizionali sostituiscono poche e standardizzate varietà di legumi, ortaggi cereali. Uno dei casi più classici è quello della patata di cui nel mondo esistono moltissime varietà ma il cui mercato è dominato da un’unica varietà, quella europea destinata alla produzione di patatine fritte.

Per contrastare il fenomeno la SAFSC ha pubblicato una guida pratica che insegna tutto quello che bisogna sapere per salvare i semi e realizzare nel proprio territorio una banca con le varietà tradizionalmente più usate. Un kit per attivisti, come spiega la prima pagina, dato che l’attività di selezione e riuso delle sementi, in assenza degli adeguati brevetti, rischia di incappare nelle maglie burocratiche di Pretoria.

Salvare i propri semi non è difficile” spiega in un video un’attivista e contadina di Quzini, nella provincia del Capo Orientale. Nel villaggio, con il sostegno della SAFSC, è stata allestita una mini banca, con scaffali ricolmi di bottiglie di vetro. In ogni bottiglia sono contenuti i semi dei cereali più usati localmente. Varietà come il mais inghese o il mais that white. “Bisogna pulire le bottiglie molto attentamente prima di metterci i semi”, spiega l’attivista “ed è meglio se il vetro non sia totalmente trasparente per evitare che prendano luce. Se i semi vengono esposti per il pubblico devono poi essere sempre rimessi in una zona dove non ci sia luce”.

Quella di Quzini è una delle tante banche semi che la SAFSC vorrebbe nascessero nelle aree rurali di tutto il Sudafrica. Per fare in modo che il sistema funzioni e possa essere usato anche da altri agricoltori la rete della SAFSC insiste molto sull’etichettatura e la registrazione delle sementi conservate. “L’etichetta si deve scrivere a matita, perché l’inchiostro delle penne rischia di cancellarsi” si spiega nel video di Quzini. “Dovete scrivere il nome della varietà, il nome del contadino che l’ha consegnata e il luogo dove abitualmente è seminata”.

https://www.facebook.com/safoodsovereignty/

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