ghetto di rignano garnico

Il ghetto di Rignano Garganico è la baraccopoli di braccianti stagionali più grande in Italia, 2500 persone ammassate senza acqua corrente né elettricità ai margini della città di Foggia, capitale pugliese del pomodoro da industria. Ma chi vive e cosa succede all'interno di questo non-luogo, scoria inaspettata e indesiderata del modello agroindustriale italiano?

in collaborazione con – EchiS Incroci di Suoni 

Un paesaggio lunare

Agosto. Pianura di Capitanata. Estremo Nord pugliese. Ci lasciamo alle spalle Foggia e imbocchiamo la statale 16 puntando verso nord, direzione S. Severo.
Prendiamo lo svincolo per Rignano Garganico e continuiamo a superare, come fosse un loop interminabile, un campo dopo l’altro, un filare dopo l’altro, lasciandoci alle spalle centinaia di migliaia di piante di pomodoro che ricadono, appesantite dai frutti maturi, sulla terra polverosa e secca della pianura pugliese. Di tanto in tanto, a destra e sinistra, spezzano la monotonia del paesaggio solitarie case coloniche dimenticate e decrepite, dai muri collassati e i tetti scoperchiati.
All’altezza di una di queste svoltiamo a destra per un’ultima volta e dinnanzi a noi sorge improvviso dal nulla dei campi il Gran Ghetto.

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La città nera

Bamba aveva appena vent’anni, era nato in Senegal ma viveva da tempo nel Nord-Est studiando meccanica e facendo di tanto in tanto il DJ alle feste degli amici. Quell’estate era la prima in cui il padre lo aveva spedito al Sud, da uno zio che gli avrebbe dovuto trovare lavoro nella raccolta del pomodoro. Così, sceso alla stazione di Foggia, eccolo salire in una macchina che si muove veloce alla volta del Gran Ghetto.
“Questa è una città… una città nera” ripeteva, ed effettivamente sul corso principale del Ghetto, una strada sterrata abbastanza larga da permettere il ghetto di rignano garnicopassaggio di due furgoni contemporaneamente, si affacciavano ieri come oggi un insieme multiforme di ristoranti, dibiterie, bar con pali da lap dance incorporati, negozietti di generi alimentari, prodotti igienici e accessori per il cellulare, un barbiere, qualche macellaio, i banchi di alcuni venditori di vestiti usati e poi ancora tre meccanici di auto e biciclette e un installatore di impianti fotovoltaici. Quella del Ghetto è un’economia che non conosce crisi perché a non conoscere crisi è, in primo luogo, l’industria del pomodoro pugliese.
Nel 2012 questa baraccopoli auto-costruita, la più grande d’Italia, ospitava circa un migliaio di lavoratori, tutti dell’Africa dell’Ovest, molti dei quali vivevano in Italia sin dagli anni ’90 lavorando nelle fabbriche di Bergamo e Brescia. Ma quando è sopraggiunta la crisi e le fabbriche hanno chiuso, gli operai specializzati si sono reinventati braccianti generici cominciando a girare l’Italia alla ricerca di lavoro. Allora il Ghetto li accolse e gran parte di loro continua a vivere qui ancora oggi. A questi lavoratori si sono aggiunti nel corso del tempo decine di giovani studenti come Bamba, che d’estate cercano di guadagnare qualche euro con la raccolta del pomodoro e poi ancora centinaia di richiedenti asilo, alcuni arrivati in Italia da appena tre o quattro mesi, che dopo aver fatto un periodo nei centri di accoglienza si riversano al Ghetto di Rignano per lavorare. Tutti insieme, quest’estate, erano 2.500 persone. Il Gran Ghetto è diventato se non proprio una città, almeno un villaggio.

Sfruttati, sfruttatori e vittime di tratta

Oltre ai commercianti con i loro business la popolazione del Ghetto consta di due gruppi principali: i braccianti e le prostitute, ognuno dei quali contribuisce a fare della baraccopoli una macchina complessa che rimane in funzione 24 ore su 24.
Alle 4.00 del mattino, quando la luna è ancora alta, suonano le prima sveglie. I braccianti si alzano, si lavano, fanno colazione e si vestono per andare al lavoro. Appena un’ora dopo lo squillo delle sveglie la strada principale del Ghetto è tutto un formicolio di lavoratori che si assembrano intorno a decine di furgoni cadenti dalle targhe bulgare e rumene, i mezzi di trasporto utilizzati dai caporali per portare i braccianti sui campi. Un viaggio di andata e ritorno, destinazione ignota, obbiettivo lavoro, costa 5 euro.
ghetto2Il mercato è rapido e nel giro di mezz’ora i furgoni corrono già tutti alla volta dei campi. Alle 8.00 la raccolta è nel pieno e la squadra di braccianti ha già riempito di pomodoro 88 cassoni da 350 chili, il carico completo di un tir, che può così partire per la fabbrica in Campania.
Il funzionamento della raccolta è semplice: la paga è a cottimo, 3,5 euro per ogni cassone di pomodoro riempito, perciò ogni bracciante si sceglie un filare e comincia a sradicare le piante dal terreno e poi sbatterle all’interno dei cassoni per far staccare i pomodori.
Al Ghetto intanto le donne si svegliano con calma, si lavano anche loro, si truccano, e qualcuna inizia a cucinare mentre altre lavano i panni o vanno a fare spese nei negozi.
Questo ritmo, forsennato per un verso, lento dall’altro, continua fino al primo pomeriggio quando i bar, dove le donne vivono e lavorano, accendono gli Hi-Fi sparando musica a tutto volume mentre i furgoni dei caporali percorrono al contrario la strada del Ghetto, si fermano sul corso principale e vomitano dai loro portelloni uomini curvi e stanchi che si trascinano con le borracce in mano verso le proprie baracche per farsi una doccia e togliersi di dosso il bruno scuro della terra.
Non c’è acqua potabile corrente al Ghetto, solo cisterne riempite due volte al giorno dai camion della Regione Puglia, non c’è elettricità se non quella prodotta da qualche pannello solare e soprattutto dai generatori a benzina che appartengono ai proprietari dei negozi, dei ristoranti, dei bordelli.
Nel frattempo il sole continua a scendere sull’orizzonte, il corso si trasforma in un mercatino di vestiti e mobili vecchi allestito da un gruppo di Rom provenienti da un campo nomadi lì vicino, i braccianti cominciano a prepararsi la cena, le donne ad agghindarsi per la notte che sale.
Il viavai intorno al Ghetto cambia forma e protagonisti. I furgoni dei caporali riposano già da qualche ora al lato della strada mentre nuove berline con targhe italiane alzano imponenti nuvole di polvere e si infilano in ogni spazio lasciato libero tra i furgoni e le auto sventrate che i meccanici della baraccopoli tentano di riparare.
Sono uomini quelli che aprono le portiere, si avviano a passo sicuro per il Ghetto lanciando occhiate in giro ed esplorano con lo sguardo ogni centimetro dei corpi delle giovani nigeriane appoggiate distratte alle verande delle baracche. Fanno loro un cenno, le altre ammiccano, e così scompaiono insieme in una delle tante stanzette ricavate tra le pareti di cartone del bar.
20, 15 euro costa una sveltina, se sei un bracciante riesci anche a strappare uno sconto.
Dopo 15 minuti ecco che riescono insieme, le donne ritornano a chiacchierare sulle verande, gli uomini si muovono in gruppo verso le dibiterie a mangiare una coscia di pollo con cipolla cotta alla brace.

Allah kan kelé kelé ulì

Dal braciere di Diop il grasso della carne di pecora e di pollo si trasforma in fumo denso che sale in cielo spargendosi tra i vicoli stretti dell’interno del Ghetto, entra nelle baracche degli africani poveri, i braccianti, e di quelli ricchi, i caporali, negli stanzini dove vivono e lavorano le nigeriane vittime di tratta e nei bar delle loro maman.
Si diffonde sottile tra le strettoie di Bamako, il quartiere di baracche dove vivono esclusivamente i maliani, i più grandi lavoratori del Ghetto. Alcuni di loro si salutano, benedicendosi a vicenda per la notte: “Allah kan kelé kelé ulì (letteralmente “che Allah ci permetta di risvegliarci uno alla volta”).
Se Allah esaudirà la supplica domattina alle 4.00 ognuno si alzerà con il proprio ritmo e autonomamente contribuirà al movimento della macchina, ma se qualcosa dovesse andare storto, ad esempio se nella notte dovesse scoppiare uno dei tanti incendi che puntualmente radono al suolo il Ghetto, finora fortunatamente senza vittime, allora la precarietà di questa enclave nera nel mezzo della Capitanata sarà su tutte le colonne dei quotidiani e si griderà alla vergogna e allo sgomento.
Ma né ai braccianti, né ai caporali, né agli imprenditori interesserà un granché, l’importante è poter lavorare, l’importante è che la raccolta del pomodoro possa continuare.

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